Se il nuovo arcivescovo di New York ha scelto di sintetizzare il suo programma episcopale nelle parole “Pace e bene”, incise in spagnolo nello stemma, nella messa di presa di possesso della sua diocesi le parole che hanno attraversato la cattedrale sono state “gioia” e “gratitudine”. La prima è stata vissuta da chi ha atteso all’addiaccio sul marciapiede davanti alla cattedrale, con canti e cartelli di benvenuto, e dai circa duemila fedeli che hanno riempito ogni angolo dei banchi di Saint Patrick’s Cathedral. La seconda, “gratitudine”, è risuonata decine di volte nelle parole dell’arcivescovo Ronald A. Hicks, nuova guida della diocesi cattolica di New York, rivolte a papa Leone XIV, al nunzio apostolico negli Stati Uniti Christopher Pierre, al cardinale Timothy Dolan che gli ha ceduto la cattedra, agli oltre novanta vescovi presenti e ai fedeli in cattedrale e collegati online. Arcivescovo dal tratto accogliente e dal sorriso aperto, Hicks — che condivide con papa Leone XIV le origini nel Midwest e un periodo di servizio in America Latina — si è insediato ieri come undicesimo arcivescovo di New York. Mentre le campane suonavano sotto il sole del primo pomeriggio, ha bussato tre volte ai massicci portoni decorati di St. Patrick ed è stato accolto dal rettore della cattedrale.
Oltre la soglia, sotto gli affreschi dedicati a santa Francesca Cabrini, Dorothy Day, agli immigrati di ieri e di oggi e ai primi soccorritori dell’11 settembre, ha baciato il crocifisso e percorso la navata centrale tra campane a festa e saluti affettuosi.
Il nunzio Pierre ha letto il mandato apostolico, poi mostrato da Hicks ai confratelli e all’assemblea. Sono seguiti i saluti dei rappresentanti di altre Chiese e di due rabbini, fino al momento più informale: il canto di augurio per il cardinale Dolan, che proprio venerdì ha compiuto 76 anni. “Amo Gesù. Amo la Chiesa. E amo le persone”, ha detto Hicks nell’omelia, delineando con semplicità l’orizzonte pastorale del suo ministero. Un orientamento inclusivo, espresso anche nella scelta di celebrare letture, canti, preghiere e omelia in inglese e in spagnolo. Il cuore dei newyorkesi si è scaldato quando l’arcivescovo ha citato versi di Bad Bunny, Frank Sinatra, Alicia Keys e Jay-Z, componendo un collage ironico e iconico delle sue prime impressioni sulla città. Rifacendosi al Vangelo del giorno, Hicks ha chiarito la sua visione:
“Questa è una chiamata a essere una Chiesa missionaria, non un circolo esclusivo. La Chiesa esiste per uscire e servire tutte le persone, ardente di fede, speranza e carità”.
Le 264 parrocchie della diocesi, con scuole e servizi, i 2,5 milioni di fedeli ne saranno la cartina al tornasole, se lo seguiranno nella missione di una Chiesa che nutre gli affamati, difende la dignità umana, protegge i bambini, promuove la guarigione delle vittime di abusi, si prende cura del creato e costruisce unità tra culture e generazioni. Con l’insediamento, Hicks è diventato una delle figure religiose più influenti degli Stati Uniti, ma “non voglio essere visto come l’amministratore delegato di un’azienda — aveva detto alla conferenza stampa di giovedì —. Sono chiamato qui per essere un pastore di anime”. Tra queste anime, da lui accompagnate, c’è anche quella di Samuel Jiménez Coreas, lettore nella celebrazione di insediamento che è anche un ex orfano di Nuestros Pequeños Hermanos di San Salvador, orfanotrofio che oggi cura oltre 3.440 bambini abbandonati e dove l’arcivescovo ha trascorso 5 anni di servizio. Abbracci, silenzi oranti, applausi e più di una standing ovation hanno scandito la celebrazione. Nel saluto finale, Hicks ha chiesto preghiere ed espresso ancora gratitudine. Al ricevimento conclusivo ha ribadito ciò che più gli sta a cuore: “essere in missione, essere una Chiesa missionaria”. Salutando uno a uno i presenti, concedendo una foto a ciascuno, ha dato inizio — nei gesti prima ancora che nelle parole — al suo programma apostolico per New York.
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