Droni e disinformazione: la guerra ibrida e il vuoto delle regole internazionali

Scritto il 18/09/2026
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Quando si pensa alla guerra, l’immagine è ancora quella dei soldati, dei carri armati, dei bombardamenti. Ma una parte crescente dei conflitti contemporanei si combatte senza che il campo di battaglia sia immediatamente riconoscibile. Disinformazione, attacchi informatici, sabotaggi, pressione economica, propaganda e droni possono diventare strumenti della stessa strategia. È la dimensione della cosiddetta guerra ibrida, nella quale strumenti militari e non militari vengono utilizzati insieme per colpire un avversario, condizionarne le decisioni o indebolirne la capacità di reagire. La trasformazione non è nuova. Durante la seconda guerra mondiale gli aerei lanciavano milioni di volantini oltre le linee nemiche per diffondere messaggi propagandistici; in Vietnam la propaganda dal cielo e attraverso radio e stampa accompagnava le operazioni militari. Oggi, però, la velocità e la pervasività della comunicazione hanno cambiato radicalmente le proporzioni del fenomeno. Un messaggio può raggiungere milioni di persone in pochi minuti e un contenuto manipolato può essere rilanciato automaticamente attraverso reti sociali e sistemi digitali. Lo Iai-Istituto affari internazionali ha analizzato questa evoluzione parlando di narrative warfare: la costruzione e la diffusione di narrazioni capaci di incidere sulla percezione degli eventi e di rafforzare altre forme di azione ibrida. Un’analisi dedicata all’Europa orientale, ai Balcani e all’Africa evidenzia proprio l’intreccio tra disinformazione e altre tattiche ibride. Ma c’è un’altra trasformazione, questa volta molto concreta e visibile nei cieli: i droni. La guerra in Ucraina è diventata uno dei principali laboratori di questa nuova dimensione del conflitto. Droni relativamente economici vengono utilizzati per ricognizione, sorveglianza, individuazione degli obiettivi, attacchi di precisione e operazioni contro infrastrutture. I sistemi Fpv-First person view, guidati in tempo reale, possono essere impiegati direttamente sul campo di battaglia, mentre gli Uav-Unmanned aerial vehicle a più lungo raggio possono colpire obiettivi molto distanti. Secondo il Sipri Yearbook 2026, nel 2025 missili e Uav armati sono stati utilizzati in conflitti per attacchi a lunga distanza, attacchi saturanti destinati a mettere sotto pressione le difese aeree, operazioni con sciami di droni e missioni condotte utilizzando Uav introdotti direttamente nel territorio dell’avversario. Il Sipri-Stockholm international peace research institute definisce la rapidità dello sviluppo, insieme alla relativa economicità e versatilità dei sistemi, un fenomeno capace di modificare la natura della guerra e anche le attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione. La conseguenza è un paradosso: un’arma relativamente economica può costringere l’avversario a utilizzare sistemi di difesa molto più costosi. E per questo la guerra dei droni non riguarda soltanto chi li produce e li impiega, ma anche chi deve intercettarli. La Nato sta cercando di adattarsi a questa trasformazione. A luglio il segretario generale Mark Rutte ha presentato la Nato drone edge initiative, spiegando che i droni hanno modificato il carattere della guerra moderna. Gli alleati hanno annunciato investimenti per oltre 40 miliardi di dollari in capacità contro i droni nei successivi cinque anni, mentre l’obiettivo è aumentare di cinque volte entro il 2027 il numero degli operatori di droni addestrati nelle forze armate. La strategia comprende sia l’impiego di droni sia sistemi per individuarli, identificarli e neutralizzarli. L’Alleanza sta inoltre cercando di trasferire nelle proprie forze le lezioni maturate in Ucraina. La Nato indica nella guerra elettronica uno degli elementi decisivi: disturbare le comunicazioni e i sistemi di navigazione può essere tanto importante quanto colpire fisicamente il drone. Nel 2026 esercitazioni sul fianco orientale hanno messo insieme droni, sistemi anti-drone, mezzi terrestri senza equipaggio e nuove tecnologie di comunicazione. Il problema non riguarda però soltanto il campo di battaglia. I droni possono entrare nello spazio aereo degli Stati, sorvegliare infrastrutture, creare allarme e mettere alla prova i sistemi di sicurezza. La Nato ha indicato le ripetute incursioni di droni nello spazio aereo degli alleati come una delle ragioni per rafforzare la vigilanza sul fianco orientale. E la frontiera tecnologica si sta spostando ancora più avanti. Il Sipri rileva una crescente diffusione di piattaforme autonome o integrate con l’intelligenza artificiale, capaci di svolgere funzioni diverse, dalla ricognizione all’attacco fino alle operazioni con sciami. Parallelamente, gli Stati stanno sviluppando sistemi di difesa stratificati e concetti come le drone wall, mentre la corsa tecnologica procede anche sul terreno della guerra elettronica. Qui emerge una questione che va oltre la tecnologia: chi è responsabile quando una macchina prende decisioni sempre più autonome in un conflitto? Il Sipri sottolinea che gli strumenti internazionali di controllo degli armamenti oggi coprono solo una parte dei sistemi Uav e che non esiste uno specifico strumento internazionale vincolante dedicato ai droni armati. L’istituto richiama inoltre le questioni relative alla distinzione tra obiettivi militari e civili, alla proporzionalità e alla responsabilità nell’impiego di sistemi autonomi letali. La guerra ibrida, dunque, non è semplicemente una guerra combattuta con strumenti diversi. È un modo diverso di concepire il conflitto, nel quale il confine tra pace e guerra diventa meno netto. Un sabotaggio può accompagnare un’offensiva militare; una campagna di disinformazione può precedere una crisi; un drone può attraversare un confine senza che sia immediatamente chiaro se si tratti di un incidente, di un’operazione deliberata o di una provocazione. La guerra in Ucraina mostra quanto rapidamente queste tecnologie possano cambiare. La Nato sta cercando di adeguare dottrina, addestramento e sistemi di difesa; il Sipri segnala invece che la proliferazione degli Uav sta procedendo più rapidamente delle regole internazionali che dovrebbero governarne l’impiego. Dai volantini lanciati dagli aerei ai video che diventano virali, dai sabotaggi invisibili ai droni che sorvolano un confine, la guerra contemporanea si combatte sempre più anche nello spazio digitale, informativo e tecnologico. E proprio per questo può diventare più difficile riconoscerne l’inizio e, soprattutto, distinguere con certezza dove finisca la competizione tra Stati e dove cominci un vero atto di guerra.

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