Repubblica ed emigrazione: Marcinelle come specchio della nostra storia

Scritto il 08/08/2026
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“Una Repubblica fondata sull’emigrazione. Marcinelle: storia e simbolo” è il titolo del volume edito da Donzelli e pubblicato nel 70° anniversario della tragedia del Bois du Cazier e nell’80° della Repubblica italiana dallo storico Toni Ricciardi, docente di storia dell’emigrazione italiana all’Università di Ginevra, nel quale propone una lettura della nostra storia nazionale: “l’emigrazione non fu soltanto una risposta alla povertà del dopoguerra, ma rappresentò una componente essenziale della costruzione della democrazia del nostro Paese, del suo sviluppo economico e della sua proiezione internazionale”.
L’Italia fondata sul lavoro “nacque grazie al lavoro dei suoi emigranti”. Una tesi che, a settant’anni dalla tragedia, invita a guardare Marcinelle come un “luogo della memoria” non solo nazionale, ma europeo. “La migrazione – dice – negli ultimi due decenni è un tema brandito come questione problematica nei confronti di opinioni pubbliche spaventate per il loro futuro. Il migrante, ‘l’altro’, è il colpevole delle difficoltà economiche e sociali che viviamo. Nel momento in cui ciò avviene, il nostro passato migrante viene distorto – ‘quando partivamo noi, lo facevamo in maniera regolare e per lavorare’ si sente ripetere spesso – o cancellato. Ricordare a noi stessi che molto del benessere che abbiamo conosciuto o che parte della nostra identità è figlia della migrazione, crea un cortocircuito identitario “.

Nel libro lei sostiene che la Repubblica nacque fondata sull’emigrazione più che sul lavoro interno. In che modo la tragedia del Bois du Cazier rivela le contraddizioni strutturali di quel modello di sviluppo?

La neonata Repubblica, due giorni prima della prima seduta dell’Assemblea costituente, si fondò sull’emigrazione con l’accordo minatori in cambio di carbone. L’elemento meno conosciuto è relativo alla continuità con il passato, che si voleva superare. L’accordo del 23 giugno 1946 con il Belgio non faceva altro che replicare quello di qualche anno prima, 1937-38, tra l’Italia e la , che inviò 200mila minatori nelle miniere della Ruhr. Gli accordi di emigrazione e la scelta politica di inviare braccia all’estero furono una costante dal 1868 – epoca liberale – fino almeno alle porte degli anni Sessanta del XX secolo. Pensi che nel 1955, quando l’Italia siglò l’accordo con l’allora Repubblica federale tedesca, si raggiunse quota 184 intese con altri Paesi per far emigrare italiane e italiani. La tragedia del Bois du Cazier rende evidenti le contraddizioni del modello di sviluppo posto in essere all’epoca.

In che modo?

Da un lato, l’Italia avviava il proprio processo di industrializzazione e di crescita economica; dall’altro, centinaia di migliaia di lavoratori venivano incoraggiati a partire perché il sistema produttivo nazionale non era in grado di assorbirli. Se è indubbio che le autorità belghe e le società minerarie abbiano avuto gravi responsabilità nelle condizioni di sicurezza delle miniere, nella carenza di investimenti e nell’organizzazione del lavoro, le responsabilità italiane non sono da meno a partire dalla la scelta politica di fare dell’emigrazione una risposta strutturale alla disoccupazione, cui si aggiunge una tutela spesso insufficiente: i meccanismi di selezione, i controlli sulle condizioni di lavoro e l’azione diplomatica a difesa dei diritti di chi partiva risultarono deboli o subordinati all’obiettivo di mantenere gli accordi economici con il Belgio. Prima della catastrofe, non mancarono segnalazioni sulle condizioni estremamente dure e pericolose nelle miniere, ma tali criticità non produssero un ripensamento sostanziale delle politiche migratorie.

In questo anno tre ricorrenze intrecciate: Repubblica, accordo italo belga, Marcinelle…

Le tre ricorrenze vanno considerate come parte integrante di una stessa storia. Gli insegnamenti sarebbero svariati. Tra i più urgenti, senza dubbio vi è la necessità di riconoscere la migrazione come un elemento strutturale del passato e del presente. Continuiamo a emigrare, lo abbiamo sempre fatto. Invito a guardare alle migrazioni contemporanee con maggiore consapevolezza storica: la memoria di ciò che siamo stati, di come siamo stati considerati, di ciò che è stato vissuto dalle donne e dagli uomini che sono partiti dall’Italia dovrebbe favorire un dibattito pubblico meno fondato sulla contrapposizione tra “noi” e “gli altri” e più attento alle esperienze comuni di mobilità e ricerca di opportunità, rimettendo al centro le persone. Inoltre, è imprescindibile garantire condizioni di lavoro dignitose e sicure. La tutela dei lavoratori, la sicurezza nei luoghi di lavoro, l’accesso alla protezione sociale e la rappresentanza sindacale devono accompagnare ogni politica che riguarda la mobilità.

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