Mentre restano formalmente aperti i negoziati sul programma nucleare iraniano, i recenti strike aerei condotti congiuntamente, questa mattina presto, da Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici in Iran segnano un nuovo passaggio di tensione in Medio Oriente. Le notizie diffuse nelle ultime ore parlano di un’operazione mirata a colpire infrastrutture e capacità militari iraniane ritenute sensibili. Sullo sfondo, il rischio di una nuova escalation e l’incognita sul futuro del dialogo diplomatico.
Regime change irrealistico. Per il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato Maggiore della Difesa ed esperto dello Istituto Affari Internazionali (Iai), “l’ipotesi di un cambio di regime a Teheran appare, allo stato attuale, irrealistica”. “Perché si verifichi un vero ‘regime change’ – osserva al Sir – occorre che esista un’alternativa interna organizzata e pronta a subentrare. Oggi non vedo un’opposizione strutturata in grado di assumere il controllo del Paese”. Più plausibile, secondo l’analista, che l’operazione abbia avuto una valenza dimostrativa e politica: “È anche un modo per mostrare i muscoli e, forse, per influenzare le trattative sul nucleare ancora in corso. Resta da capire quale sia l’obiettivo politico finale”.
Sul possibile ruolo della diaspora e di figure simboliche dell’opposizione come Reza Pahlavi, figlio dello scià Mohammad Reza Pahlavi, rovesciato dopo decenni di potere dalla Rivoluzione islamica del 1979, che portò all’attuale regime, Camporini invita alla prudenza: “All’estero esistono personalità significative, ma non abbiamo elementi chiari per valutare quanto siano realmente radicate e credibili all’interno della società iraniana. Le informazioni sono spesso contraddittorie”. L’esperto richiama inoltre la complessità dell’assetto istituzionale iraniano: “Accanto alle istituzioni formali vi è l’articolato sistema legato alla Rivoluzione islamica, con i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, che controllano settori rilevanti dell’economia e dispongono di proprie strutture militari. È un sistema complesso, non facilmente scardinabile”.
Obiettivi dell’operazione. Dal punto di vista strettamente militare, l’obiettivo dell’operazione, secondo Camporini, sembra essere “la riduzione delle capacità missilistiche iraniane che rappresentano una minaccia diretta per Israele”. Il sistema difensivo israeliano, articolato su più livelli, “ha mostrato una significativa capacità di intercettazione, pur sapendo che la protezione totale non esiste”. Le possibilità di una ritorsione iraniana su larga scala, aggiunge, “appaiono limitate soprattutto dalla distanza geografica e dall’efficacia degli apparati difensivi”.
Conseguenze regionali. Quanto alle ricadute regionali, “è inevitabile attendersi un riassetto degli equilibri”. Negli ultimi anni, ricorda Camporini, “abbiamo assistito a una competizione per l’influenza regionale che coinvolge, oltre all’Iran, anche Arabia Saudita e Turchia”. Senza dimenticare Russia e Cina, storicamente vicine al regime degli Ayatollah. Sul piano internazionale, “la Russia è fortemente impegnata sul fronte ucraino e difficilmente potrà andare oltre dichiarazioni politiche; la Cina, verosimilmente, manterrà un atteggiamento prudente sul piano militare, pur osservando con attenzione l’evoluzione degli eventi”.
Il dossier nucleare resta centrale. “I negoziati proseguiranno – afferma Camporini – ma quanto sta accadendo dimostra un dato preoccupante: finché uno Stato non dispone di un deterrente nucleare, si percepisce vulnerabile ad attacchi convenzionali. Questo può rafforzare, non solo in Iran, la tentazione di guardare con favore all’opzione atomica, con conseguenze serie per il sistema di non proliferazione”.
Messaggio all’Europa. Infine, uno sguardo all’Europa. “Il messaggio che arriva è chiaro: l’Europa deve interrogarsi sulla propria capacità di esprimere una politica estera comune, sostenuta da adeguate capacità di difesa. Le risorse esistono, ma occorre una volontà politica condivisa. In un contesto così fragile, non si può restare semplici spettatori”.
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