(da Acerra) “Le chiediamo di tenerci per mano e sostenerci affinché non ci lascino soli sotto coltre di fumi tossici e veleni, affinché vengano sviluppate altre norme preventive per tornare a respirare, a mangiare e dissetarci senza timore che il cancro si porti via altre vittime innocenti”. Marzia Caccioppoli domani sarà nella cattedrale di Acerra per incontrare Papa Leone XIV, e ha affidato ad una lettera, che gli consegnerà, la sua storia di dolore e la scelta di dedicare tutta la sua vita all’associazione “Noi genitori di tutti”, fondata insieme a don Maurizio Patriciello dopo la morte di suo figlio Antonio, a soli nove anni, a causa di un glioblastoma multiforme, una delle forme più aggressive di tumore al sistema nervoso centrale, che in genere miete vittime tra le persone anziane. Quando la incontriamo, a casa sua nel quartiere San Lorenzo di Napoli, dove è tornata a vivere da un anno, percepiamo subito sul suo viso e nel suo modo di raccontare tutta la passione di una donna che ha trasformato un dolore indicibile, che non passa e non passerà, per la morte precoce del suo unico figlio avvelenato dai rifiuti tossici della Terra dei Fuochi in una dedizione totale ad una causa.
“Sto consumando la mia vita per far sì che i figli delle mie compagne non muoiano più”,
ci racconta.
Nei comuni tra Napoli Nord e Caserta Sud è a rischio la vita di tre milioni di persone. Marzia, presidente dell’associazione “Noi genitori di tutti”, è tra i 41 cittadini e le cinque associazioni che hanno citato l’Italia davanti alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. E la Cedu ha dato loro ragione: il 30 gennaio 2025 ha condannato l’Italia per non aver messo in campo una strategia adeguata per affrontare la situazione della Terra dei Fuochi, violando così il diritto alla vita, e ha chiesto al nostro Paese di istituire entro due anni un meccanismo di monitoraggio indipendente e di creare una piattaforma di informazione pubblica.
Oggi il sogno di Marzia è che il 30 gennaio diventi la Giornata della memoria delle vittime dei reati ambientali e delle ecomafie:
“L’Italia sapeva, e non solo non ha agito attuando il principio di precauzione, ma non ha dato la possibilità ai cittadini di scegliere dove vivere. Vorrei che questa sentenza fosse solo l’inizio. Non basta ammonire l’Italia, non basta punire i colpevoli:
abbiamo visto i nostri figli morire, non può continuare questa tragedia di innocenti”.
Dal centro storico di Napoli, dove è nata, dopo la nascita di suo figlio Marzia e suo marito hanno deciso di far crescere Antonio in un luogo più a contatto con la natura, scegliendo Castelbuono, nella zona di quella che una volta era la “Campania felix”. “Se avessi saputo che lì il tasso di inquinamento era così elevato, non ci avrei di certo portato a crescere mio figlio”. L’ esistenza e i veleni della Terra dei Fuochi Marzia li ha scoperti in un giorno preciso, quando i dottori, visitando suo figlio, gli hanno chiesto dove abitasse. Le prime avvisaglie erano cominciate quando Antonio, un bambino sanissimo, amante della musica, che suonava la batteria e la chitarra e sognava di entrare in Conservatorio, un giorno tornando da scuola camminava con una strana oscillazione della gamba destra. Poi, in vacanza, ha cominciato ad impugnare la forchetta con la sinistra. Prima una tac e poi una risonanza, nell’ospedale Perrino a Brindisi, hanno certificato la grave forma di tumore. Antonio è diventato così il primo bambino a varcare la soglia dell’ospedale Gaslini di Genova con la diagnosi di glioblastoma multiforme, non curabile né operabile. “Se ne è andato via il 6 giugno 2013, dopo un anno in cui non ha mai pianto, neanche quando le sofferenze erano grandi”, racconta Marzia: “era il giorno della Pentecoste, e suonavano le campane. Poco prima di entrare in coma, Antonio ha chiamato me e mio marito e si è messo la mano sul cuore. Noi pensavamo fosse un infarto, e invece lui ci ha detto: ‘Mamma, papà, sapete chi siete voi? Siete gli angeli della mia anima, voi e tutti quelli che esistono al mondo’”. Marzia associa queste parole a quelle ascoltate dal suo piccolo quando aveva solo tre anni, ed entrando in cucina mentre lei era affaccendata ai fornelli le aveva detto: “Tu sei l’anima della mia anima”. E così, quando Antonio stava per esalare i suoi ultimi respiri, Marzia ha messo la sua bocca sulla sua: “L’ultimo alito di vita l’ho tirato dentro di me, io l’ho partorito e a me doveva ritornare”.
“Noi genitori di tutti” è nata il 20 dicembre 2013 e si propone di operare in tutta la Campania per stringere patti di solidarietà e sostegno verso le famiglie che vivono un disagio come quello di Marzia. “Siamo sei madri orfane e alcuni papà che hanno avuto figli ricoverati in oncologia pediatrica. Siamo accreditate al Gaslini e offriamo assistenza alle famiglie quando sono fuori dal presidio ospedaliero e tornano a casa, abbandonate a sé stesse. Il mio sogno è portare padre Maurizio Patricello a dire una messa con i bambini, al Gaslini, dove torno spesso. Quasi nessun bambino si salva, il tumore corre troppo velocemente alla loro età, e anche chi ce la fa porta dentro di sé tracce indelebili, tra cui infertilità e mutazioni genetiche”.
“Quando abbiamo iniziato ci chiamavano madri folli, in preda a un fumetto tossico”,
testimonia Marzia, che oggi gira in tutta Italia, va nelle scuole e collabora con la magistratura che lotta contro la criminalità organizzata, a cominciare dal clan dei Casalesi. In quanto instancabile attivista, grazie alla sua opera di denuncia ha ottenuto riconoscimenti e premi nazionali e internazionali per il giornalismo di inchiesta. Il primo successo è arrivato nel 2015, quando il gruppo di mamme è andato a Bruxelles facendo partire dal basso la denuncia dei disastri prodotti dall’inquinamento ambientale: il risultato ottenuto è la legge sui reati ambientali, dal maggio di quell’anno in vigore in tutta Italia. “Al Papa che viene domani nella nostra terra – conclude Marzia – chiedo di non abbandonarci, di continuare a sostenergi e di far leva sulle istituzioni affinché facciano il loro dovere. Siamo tutte brave famiglie, abbiamo sempre pagato tutto sulla nostra pelle”.
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