21ª Festa del cinema di Roma, secondo giorno. In cartellone “Elsinore” diretto da Simon Stone, dramma biografico sull’attore scozzese Ian Charleson, morto di Aids nel 1990, e sulla sua ultima, ammirata interpretazione nell’“Amleto” al National Theatre di Londra. Un’opera che esalta l’esperienza del palcoscenico, la vita giocata per l’arte. Con Andrew Scott e Olivia Colman, su cui si scommette già per i prossimi Oscar. Ancora, il dramma-commedia nera “Brianza” di Simone Catania, con Paolo Pierobon e Fausto Russo Alesi. Il racconto di ambizioni, fragilità e miserie di una borghesia che sbanda rovinosamente.
(Foto Anthony Dickenson)
“Elsinore” (al cinema dal 28 gennaio 2027)
Il titolo rimanda al castello di Amleto, nell’omonimo testo di William Shakespeare. È il luogo in cui si consumano la vita e la tragedia del principe danese, spazio teatrale che abita l’attore scozzese Ian Charleson nel 1989 prima di morire divorato dall’Aids. “Elsinore” è un’opera intensa e stratificata diretta dal regista Simon Stone, su copione di Stephen Beresford: un racconto che fonde una storia vera, quella del popolare Charleson, famoso per “Momenti di gloria” (1981), e soprattutto il suo sfidare la bruciante pestilenza dell’Aids recitando nell’“Amleto” fino all’ultimo respiro. Un film dove attore e personaggio si fondono. Protagonista un magnifico Andrew Scott, validamente affiancato da Olivia Colman. Prodotto da Lucky Red con Magnolia Mae Films e StudioCanal, il film si è aggiudicato l’International People’s Choice Award al Festival di Toronto, aprendosi già la via agli Oscar 2027. Nelle sale dal 28 gennaio.
La storia. Londra, 1989: l’attore quarantenne Ian Charleson riceve l’occasione della vita, interpretare Amleto al National Theatre. Per Ian è il sogno di sempre. A gettarlo nello scompiglio è la comparsa di una piccola lesione sul volto: è il segno dell’Aids. Una pestilenza per la quale i malati, soprattutto gli omosessuali, sono guardati con paura e diffidenza. Ian si rivolge alla dottoressa Margaret Johnson, rinomata per i progressi nella cura della malattia, sottoponendosi a controlli giornalieri e al contempo prendendo parte alle prove dello spettacolo. Poche settimane fino al debutto, dove vita e scena si intrecciano.
“Ian Charleson – ha indicato il regista – ci ha insegnato che si può guardare dritto nell’abisso con fiducia. C’è un che di immortale nell’atto di toccare la vita di un’altra persona, e tutti coloro che erano là seduti in teatro in una di quelle famose serate al National, mentre Ian condivideva ciò che aveva capito della vita e della morte, sono suoi eredi. Il film omaggia appunto la sua eredità”.
Si muove apparentemente lungo due binari narrativi il film “Elsinore”: da un lato uno spaccato di denuncia sulla piaga dell’Aids nella prospettiva della comunità omosessuale in Inghilterra; dall’altro, una splendida suggestione sulla magia del teatro, della messa in scena e del potere dei classici, di opere capaci di suscitare emozioni a distanza di secoli. Due piste che si uniscono e si fondono, attraverso la vicenda vera di Ian Charleson, che ha preferito assaporare gli ultimi battiti di vita recitando, anziché abbandonarsi allo sconforto per una malattia brutale e incurabile. Charleson è ricordato per la sua performance straordinaria, per 24 serate in scena, prima di cedere alla morte, un ruolo abitato con straordinaria aderenza e intensità da Andrew Scott.
Nell’insieme “Elsinore” è un film evidentemente problematico per i temi in campo, ma che scorre elegante grazie a una regia misurata e a interpretazioni che lasciano il segno. L’opera non sbanda in eccessi e scivolate melense, conquistando lo spettatore – adulto – per l’ampia porzione narrativa dedicata al teatro, che coniuga pathos e poesia. Complesso, problematico, per dibattiti.
(Foto Ufficio stampa)
“Brianza”
“Il film esplora la solitudine, il desiderio di appartenenza e la necessità di essere riconosciuti all’interno di una società dominata dal successo e dalle apparenze. La crisi economica del 2008 diventa il detonatore che costringe [i] personaggi a mettere in discussione la propria identità e i propri valori”. Sono le parole del regista Simone Catania nel descrivere il suo film “Brianza”, scritto insieme a Ugo Chiti e Fabio Natale, da un fatto di cronaca. È il racconto di un mondo di provincia, espressione di un Nord solido e produttivo, che sbanda tra crisi economica, ambizioni e cecità morale. Con Paolo Pierobon, Fausto Russo Alesi e Marina Rocco.
La storia. Brianza, 2009: Giorgio Farina guida una storica armeria di famiglia. Sposato con Valentina, casalinga dedita allo shopping sregolato, l’uomo è in procinto di aprire una nuova sede dell’azienda a Lugano, ma la crisi economica appena deflagrata e il suo forte indebitamento lo stanno portando al collasso. Preoccupato, accetta l’aiuto di Alberto Fumagalli, che si è arricchito tra pompe di benzina e pratiche illecite. Un sodalizio che sulle prime sembra vincente, avvitandosi in verità in una vertigine amara e violenta.
“Uno sguardo intimo ma allo stesso tempo ironico e dissacrante, capace di raccontare il dramma senza rinunciare all’intrattenimento”. Il regista definisce così il tono del film, la commistione di generi. Il racconto è infatti tragico e ferocemente ironico, ben sorretto dai protagonisti; non sempre però il copione regge il passo. L’opera è un’istantanea livida e impietosa di un’umanità accecata da soldi e desiderio di profitto, per i quali è disposta a sacrificare tutto. Un ritratto amaro, irriverente, che offre suggestioni interessanti ma che rimane impantanato in lungaggini di troppo. Complesso, problematico, per dibattiti.

