Il mondo degli adulti dovrebbe imparare a parlare con i ragazzi e non solo di loro. Del resto, hanno tanto da dire e sono molto più interessati ai valori di quanto il resto della società voglia far intendere. Il trentesimo anno del Progetto Policoro, celebrato a Roma con un convegno, dal titolo “Tra memoria e futuro”, è l’occasione per parlare delle nuove bussole che i giovani prendono in mano in maniera sorprendente per decidere il proprio futuro. Un domani in cui l’evangelizzazione non sempre resta fuori dalla porta.
“Oggi l’ostacolo più grande è non prendere in considerazione ciò che i giovani dicono e quello che ci chiedono. Bisogna parlare con i ragazzi e non dei ragazzi. Ascoltare loro significa avere la capacità di superare l’ostacolo più grande, che forse è quello di non riuscire poi a mettersi in relazione e in contatto con loro”, suggerisce don Marco Ulto, coordinatore nazionale del Progetto Policoro, a margine dell’evento.“Il nostro compito – continua – è proprio quello di aiutarli a instradarli, concepire e comprendere qual è il loro posto nel mondo. Questa generazione è davvero un segno di speranza: mi scuote e mi fa fare delle domande, mi fa sentire custode di qualcosa di importante, scrigno di qualcosa di stupendo che aspetta di essere curato”.
La nuova generazione è stanca di sentir dire tante cose su di sé, per lo più negative. “Alza la testa – spiega Ulto – e segue l’invito a fare casino che Papa Francesco ha fatto loro. Significa dire con fermezza quello che hanno dentro, rispondere alla chiamata di ognuno, portare meraviglie e stupore nel mondo”. Agli adulti, il coordinatore chiede di mostrare non solo gli affanni della vita lavorativa ma di far conoscere la felicità e pensando alle tante esperienze rimaste impresse in questi anni, Ulto ricorda “la fitta rete di relazioni consolidata” e poi, su tutte, “la storia di una ragazza che ha subito un lutto pesante in famiglia. Poteva dire, ‘non ci sono’ e invece ha sentito Policoro come casa e rifugio per sentirsi protetta e rileggere quel dramma”.
Chi ricorda l’inizio del Progetto a Palermo nel 1995 è monsignor Domenico Sigalini, vescovo emerito di Palestrina. “La ricerca del lavoro dei giovani era una cosa molto nuova per me. Venivo da una Regione, la Lombardia, in cui il lavoro c’era, i ragazzi saltavano la scuola per andare a lavorare nei cantieri”. Oggi “bisogna assolutamente mettere in atto – prima di cominciare ad evangelizzare – l’ascolto e poi parlare della loro vita, dei loro problemi, delle loro iniziative. Li dobbiamo aiutare a sfociare in una progettualità, perché il Vangelo è sempre un progetto di vita”.
Il Progetto Policoro, in trenta anni ha affrontato diverse trasformazioni per rispondere alle esigenze dei giovani. Nel presente, gli ostacoli principali includono la diminuzione del numero di giovani e la loro fuga verso altre aree. I ragazzi cercano lavori che li appassionano e hanno una maggiore capacità di scelta. “Il Progetto si propone di supportarli nel trovare un equilibrio tra lavoro e altri valori della vita, come la famiglia e la crescita personale”, afferma don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, a margine del convegno. “La sfida – prosegue – è quella di interpretare i tempi. Nel 1995 il Progetto nasceva con un coinvolgimento delle diocesi del Sud Italia e poi si è aperto allargato arrivando fino al Nord, in particolare il Piemonte”. Oggi sono cambiate le esigenze: “i giovani vedono il lavoro come uno dei temi e dei valori della propria vita, non l’unico”. Anche le prospettive sono mutate: “sono loro a scegliere fra le opportunità. È una situazione di grande trasformazione, bisogna imparare ad abitarla”.
Una panoramica di come il lavoro continui a essere un pilastro fondamentale per l’identità e la dignità delle nuove generazioni è stata offerta dalla professoressa Cristina Pasqualini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, durante la sua Lectio Magistralis. “La generazione dei giovani – illustra – presenta tratti estremamente particolari e vive una dimensione domestica molto confortevole. Come adulti, abbiamo il compito di favorire la loro emancipazione, superando l’idea che il problema sia solo economico o legato alla carenza strutturale di lavoro. Anche dove l’occupazione c’è, questi giovani non sempre scelgono di andarsene, suggerendo che la transizione verso l’autonomia debba considerare sia variabili finanziarie che profondi mutamenti culturali. Analizzando i segnali di cambiamento più interessanti, emerge innanzitutto un nuovo modello familiare. Rispetto al passato, i ragazzi di oggi crescono in contesti dove, sebbene alcuni compiti restino spesso appannaggio delle madri, esiste una visione dei ruoli molto più paritaria. I giovani vedono genitori che lavorano entrambi all’esterno della casa, una realtà che per le generazioni precedenti non era scontata e che oggi è percepita come necessaria sia per l’emancipazione femminile che per il sostentamento del nucleo. Questa esperienza familiare influenza direttamente le loro priorità lavorative, dove al secondo posto assoluto troviamo il desiderio di avere tempo da dedicare alla famiglia”. Il mito del posto fisso è ormai tramontato: “oggi – dice la docente – un giovane sarebbe disposto a lasciare un impiego ben remunerato se questo non fosse conciliabile con il progetto di avere dei figli o se richiedesse una rinuncia eccessiva al proprio tempo libero. Oltre al rispetto del tempo, l’altro grande pilastro è il benessere psicofisico. La salute mentale è diventata una priorità centrale per una generazione resa fragile dall’esperienza del Covid, che ha vissuto l’isolamento sociale come un evento strutturale della propria giovinezza. Le organizzazioni lavorative non possono più ignorare questa richiesta di supporto psicologico”. Questa generazione ha le idee molto chiare sul valore del lavoro. “I giovani si dimostrano intraprendenti e disposti a migliorarsi, ma rifiutano categoricamente le vecchie logiche del sacrificio estremo, come arrivare per primi e uscire per ultimi a ogni costo. C’è un recupero della dignità che li porta a rifiutare fermamente lo sfruttamento e, se le opportunità locali non sono valorizzanti, a non aver timore di cercare fortuna all’estero. Nonostante le sfide, i giovanissimi mantengono un certo ottimismo e hanno sviluppato strategie di sopravvivenza efficaci, mentre la sfiducia cresce tra i trentenni, una fascia d’età in cui la paura di restare senza lavoro a 45 anni segnala un malessere profondo su cui è urgente intervenire”.
D’accordo con l’analisi è Giuseppe Baturi, arcivescovo metropolita di Cagliari e segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), che in apertura di intervento ha ricordato i sacerdoti che hanno ideato il Progetto. “I giovani non sono disimpegnati o irresponsabili, vogliono far giocare delle idee che riguardano la compiutezza della propria persona e quindi il tema della creatività, degli spazi di vita, della possibilità di dedicarsi alla famiglia, ai figli. Dobbiamo tentare – continua – di collegare il lavoro ai bisogni fondamentali della persona che i giovani esprimono con più immediatezza, con più volontà e incidenza rispetto forse a noi adulti”. Sui tanti ragazzi che scelgono di lavorare all’estero il segretario della Cei aggiunge: “dobbiamo dare loro un buon motivo per impegnarsi con la vita, dare i criteri per verificare l’esito delle proprie scelte e sollecitare la libertà di andare per imparare, ma anche la preziosità di impegnarsi per lo sviluppo di un popolo a cui appartengono. In fondo – osserva – la vera sfida è quella che questa maggiore libertà corrisponde anche al sentimento di solidarietà e appartenenza alla propria città, zona o contesto in cui sono inseriti”. In finale, in occasione dei primi trenta anni del Progetto, “l’augurio è quello di non aver paura di sfidare il presente sapendo innovare. Le finalità che dobbiamo conservare è l’amore di Cristo per l’uomo, il singolo uomo. ogni ragazzo che suona alla nostra porta vale più del mondo”.
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