Giornalismo e intelligenza artificiale. Alla Gregoriana la “professione dei cinque sensi”

Scritto il 13/10/2026
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La macchina non prova empatia verso una popolazione afflitta dalla guerra, può solo registrare, tradurre, riscrivere in maniera più veloce dell’uomo. Certamente gli algoritmi aiutano, ma non possono – non devono – sostituire la capacità del professionista di osservare, individuare e ascoltare. Anche nel lavoro giornalistico, come in molti altri settori, le preoccupazioni e i dubbi che emergono sull’abbondanza di intromissioni dell’intelligenza artificiale abbondano e pretendono attenzione. Qualche punto di riferimento è stato offerto in occasione dell’evento “Deontologia del giornalismo e verità nel tempo dell’Intelligenza Artificiale”, organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana di Roma, in cui i relatori si sono confrontati sul rapporto tra etica, deontologia professionale e informazione segnati dai cambiamenti. Molti sono stati i richiami all’enciclica di Leone XIV “Magnifica humanitas”, così come al concetto di verità pubblica e verità pubblicata, al ruolo delle piattaforme digitali e alle implicazioni antropologiche e sociali delle nuove tecnologie.

“Con i social media e l’universo digitale la comunità si smaterializza, perdendo i riferimenti al territorio, alla lingua e alla cultura. L’uso dell’intelligenza artificiale per la traduzione automatica dei contenuti, per esempio, espone a pericolosi fraintendimenti, ponendo l’urgenza di capire come difendere il senso profondo di comunità con questi nuovi strumenti”, ha spiegato Ignazio Ingrao, vaticanista di Rai 1. Oggi l’intelligenza artificiale fa saltare i confini tra verità e verosimiglianza, tra l’essere e il fingere. “La viralità online produce una vera e propria dissoluzione del contesto: le informazioni arrivano frammentate, assumono vita propria e vengono riutilizzate fino a perdere qualsiasi legame con la fonte originale o con l’autore”. A questo modello si contrappone l’informazione che passa attraverso una testata giornalistica che rappresenta in sé un contesto. Di fronte ai rischi non del tutto prevedibili legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, “la risposta – ha commentato Ingrao – non può essere affidata soltanto a un’autorità superiore o a comitati di regolamentazione. Prima ancora delle agenzie di controllo, deve risvegliarsi e mobilitarsi la società civile attraverso i suoi corpi intermedi e le sue associazioni. In quest’ottica, il servizio pubblico radiotelevisivo e il giornalismo responsabile mantengono un ruolo insostituibile: quello di alfabetizzare, spiegare, stabilire le priorità e promuovere il dialogo, rivendicando con orgoglio l’importanza fondamentale dell’intermediazione informativa”.

Quando gli strumenti cambiano così rapidamente, diventa ancora più importante chiedersi quali siano le cose che non dovrebbero cambiare mai. “Non si tratta di resistere al progresso tecnologico o di temere l’intelligenza artificiale, ma di chiederci per quale scopo vogliamo utilizzarla e al servizio di quali obiettivi”, ha riflettuto l’editore José Aranda, nella sessione internazionale. “In tal senso, la riflessione dell’enciclica, sottolinea proprio la necessità di preservare la centralità della persona di fronte all’enorme potere delle nuove tecnologie”.

Chi ha ricondotto la riflessione sulla possibilità per i giornalisti di usare i cinque sensi di fronte a fatti e notizie è stato Maurizio Di Schino, presidente Unione cattolica stampa italiana (Ucsi) del Lazio, che ha ricordato le prime esperienze da freelance nella regione dei Grandi Laghi africani. “È un ricordo – ha confidato – che riaffiora sempre con enorme forza, utile a ricordare prima di tutto a me stesso come il giornalismo non possa mai prescindere dall’umano. Quando ti trovi in relazione con le persone, con il territorio e con le comunità, capisci che questa è la professione dei cinque sensi. Se nell’immergerti in una situazione non li attivi tutti, significa che c’è qualcosa che non va”. Il giornalista ha rammentato quando nel settembre del 1995 era in Ruanda, un anno dopo il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati. “Si dice sempre – ha spiegato — che la prima vittima della guerra sia la verità, e infatti non sapremo mai con certezza il numero esatto delle vittime: c’è chi parla di 500mila, chi di 800mila, fino a un milione. È come se per cento giorni di seguito, da aprile a luglio del 1994, le Torri Gemelle fossero crollate tre volte al giorno. Fa venire i brividi ancora oggi, un senso fisico che si riattiva ogni volta che ne parlo. Davanti a quelle fosse comuni parlava il silenzio. La pelle accapponava e soprattutto si veniva travolti dall’odore della morte, un profumo drammatico che ti entra dentro e ti fa comprendere fino in fondo cosa sia successo davvero. È il senso più difficile da raccontare, ma quell’odore me lo porto dietro ancora oggi, a distanza di anni”.

“È la dimostrazione che il racconto e la testimonianza sul campo diventano fondamentali per restituire la verità delle cose”.

“Per fare tutto questo occorre riscoprire i verbi dinamici del nostro mestiere – aggiunge Di Schino -, quelli spesso richiamati anche dai messaggi pontifici per le Giornate mondiali delle Comunicazioni Sociali: custodire le voci, condividere con amicizia, rimanere pienamente umani, parlare col cuore, ascoltare con l’orecchio del cuore, comunicare incontrando, raccontare e fissare nella memoria”.

È dunque fondamentale che sia sempre l’essere umano ad avere l’ultima parola in ogni decisione. “L’uomo – ha commentato Ricardo Trigo, presidente del gruppo editoriale Del Plata – deve rimanere al traguardo di ogni progresso tecnologico. Se non gestiamo la tecnologia con il criterio equilibrato che, pur tra pregi e difetti, ha guidato l’umanità per molto tempo, rischiamo di smarrire la nostra prospettiva. In questo senso, la nostra responsabilità è quella di fare da scudo protettivo per le generazioni future, assicurandoci di non perdere mai il controllo e di mantenere l’ultima decisione di fronte a ciò che le nuove tecnologie porteranno nel mondo”.

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