L’attività è febbrile, e non conosce pause. Sono pochi i minuti che suor Yraida Mora, della Congregazione delle “Hermanitas de los pobres” (le “sorelle dei poveri”) concede al Sir. Da oltre 100 anni, le “hermanitas” gestiscono un piccolo ospedale a Maiquetía, oggi a quattro passi dal maggiore aeroporto del Venezuela. E non possono certo fermarsi, ora, nel mezzo dell’emergenza terremoto. Anche se l’ospedale è stato gravemente danneggiato dal sisma. Le religiose non si sono arrese, e in poche ore hanno allestito un ospedale da campo, sul piazzale della struttura. Un episodio che dice molto della resilienza di molte strutture sanitarie di emanazione ecclesiale, che in seguito al sisma stanno facendo “miracoli” per supportare un sistema sanitario già estremamente fragile in partenza, e oggi vicino al collasso.
Racconta suor Yraida: “Prevalentemente, occupiamo di coloro che hanno urgenti bisogni sanitari e rischiano di essere dimenticati, in questi giorni di concitazione, pensiamo a persone diabatiche, epilettiche, o semplicemente ipertese, in poche parole, di tutti coloro che hanno bisogno di trattamenti sanitari costanti”. Non è facile, nel contesto attuale, procurare ogni giorno le medicine. Noi ci appoggiamo all’altra nostra struttura, che gestiamo a Caracas”.
Un altro prezioso servizio, le suore lo portano nelle abitazioni, quelle che sono rimaste in piedi (Maiquetía, assieme alle vicine città di La Guaira e Catia La Mar, è una delle località più danneggiate dalle scosse del 24 giugno): “Cerchiamo di essere presenti tra le famiglie, tra i bambini, c’è bisogno anche di sostegno psicologico, oltre che di farmaci per i vari trattamenti”.
Ci spostiamo a Caracas, la capitale, anch’essa, in alcune zone, molto colpita dal terremoto. Mariana Borges è la direttrice del “Centro de salud Santa Inés”, emanazione dell’Università Cattolica Andrés Bello. “Abbiamo quattro linee d’azione – ci racconta –. Quella più immediata è la fornitura di farmaci e materiale medico a diversi ospedali e in alcune piazze dove sono operative unità mobili, principalmente nei quartieri di Altamira e Los Palos Grandes. Poi, ci vengono indirizzati da altre strutture pazienti, principalmente per servizi di diagnostica. La terza, in collaborazione con Psicodata Venezuela, è l’assistenza psicologica gratuita, aperta a tutti. Infine, una quarta, è quella di cercare di attivare un vero e proprio sistema di assistenza per gli sfollati, cui a lungo andrà garantita un’assistenza di base”.
Fragilità strutturali e le nuove urgenze. Le esperienze citate vanno inserite in un contesto generale, caratterizzato da una sanità pubblica spesso inadeguata anche in tempi normali, e da una sanità privata, specialmente cattolica, capace, in anni difficili, anche dal punto di vista politico, di fare “rete”. Fa notare Sohely Subero, direttrice generale dell’Avessoc, rete di centri sanitari di orientamento cristiano e servizio della Conferenza dei religiosi e delle religiose del Venezuela, che raggruppa oltre 71 centri a livello nazionale: “Diverse strutture sanitarie hanno subito danni strutturali, mentre altre hanno dovuto far fronte a una domanda straordinaria di assistenza medica per persone ferite, sfollate o emotivamente provate dalla tragedia. Le Nazioni Unite segnalano danni ad almeno 38 strutture sanitarie e gravi ripercussioni sulle infrastrutture critiche. Quando una comunità perde temporaneamente l’accesso ai servizi di base, ne risente anche la continuità dell’assistenza sanitaria. Ma vorrei sottolineare un altro aspetto: ci troviamo di fronte a un’emergenza umana e spirituale. Molte persone hanno trascorso intere notti nel timore delle scosse di assestamento, hanno perso i propri cari o sono rimaste senza casa. La salute mentale e l’accompagnamento psicosociale saranno importanti quanto l’assistenza medica nei prossimi mesi. Ma dobbiamo anche riconoscere l’ammirevole impegno del personale sanitario. Medici, infermieri, volontari, organizzazioni di soccorso e comunità hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane. L’emergenza ci ricorda che la salute non dipende solo dagli ospedali e dai farmaci. Dipende anche dalla capacità di una società di prendersi cura dei propri membri più vulnerabili. Oggi il Venezuela è chiamato a questo esercizio di solidarietà e corresponsabilità”.
Continua Borges: “In questo contesto, tutti i settori stanno dimostrando solidarietà; in altre parole, il settore privato è stato di immenso sostegno in tutta questa situazione di emergenza. Importante, ora, la riattivazione delle strutture danneggiate, come quella, già citata, delle suore di Maiquetía. Di fatto, “il terremoto ha aggravato la crisi preesistente del sistema sanitario. Si può prevedere anche un’interruzione delle cure per le malattie croniche, problemi di controllo epidemiologico e un possibile aumento delle malattie che potrebbero essere scatenate dal sovraffollamento e dalle condizioni insalubri nei centri d’accoglienza”.
Una presenza preziosa. Qui, risalta la rete dei centri sanitari cattolici. Borges evidenza il ruolo dell’Avessoc: “Ci riferiamo sia a piccoli ambulatori situati in comunità con scarse risorse economiche, sia a strutture ospedaliere vere e proprie. Ciò che abbiamo fatto nelle prime ore è stato verificare in quali condizioni si trovasse ciascuno di questi centri, per valutare la nostra capacità di risposta come rete, ed è emerso che il 61% dei centri ha segnalato di essere operativo, sia parzialmente che totalmente. Per quanto riguarda le infrastrutture, il 95% dei centri rimane utilizzabile, anche se si registra un’elevata presenza di danni lievi”.
Continua Subero: “Il contributo della rete sanitaria della Chiesa nasce da una convinzione molto profonda: nei momenti di crisi, nessuno deve sentirsi solo. In risposta a questa emergenza, abbiamo attivato punti mobili di assistenza sanitaria nello stato di La Guaira. Ma forse il contributo più importante della Chiesa è la sua presenza vicina alle comunità”.
E mentre entrambe le operatrici auspicano un aiuto organico e prolungato nel tempo, da parte della Comunità internazionale, Subero conclude: “Tra le macerie abbiamo trovato dolore, ma anche un’enorme capacità di speranza. Dopo un terremoto non si ricostruiscono solo gli edifici; si ricostruiscono anche la fiducia, il senso di comunità e la speranza. Ed è lì che la Chiesa desidera continuare a essere una presenza vicina, umile e impegnata a favore della dignità di ogni persona”.
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