Germania: integrazione, dignità e dialogo restano le chiavi per una convivenza possibile

Scritto il 04/08/2026
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La Germania non è sempre stata attraversata dal dibattito sulla radicalizzazione islamista. Per molti decenni, la presenza musulmana nel Paese ha avuto un volto diverso, legato soprattutto alla storia dell’immigrazione di lavoratori nelle varie aziende del paese. Gli ultimi avvenimenti hanno però riaperto la discussione pubblica sul tema. Il Sir ne ha parlato con Edith Pichler, docente di Sociologia delle Migrazioni presso l’Istituto di Economia e Scienze Sociali dell’Università di Potsdam e ricercatrice Associata del Centre for Citizenship, Social Pluralism and Religious Diversity Universitá di Potsdam oltre che ad essere vicepresidente del Forum Accademico Italiano in Germania. “Non credo che si possa parlare di una radicalizzazione dell’islamismo radicale in Germania, perché non c’è stato mai un islamismo radicale”, afferma. La docente fa riferimento agli anni ’60 e ’70 del Novecento, quando le prime grandi comunità turche arrivarono nel Paese. Erano lavoratori reclutati attraverso accordi bilaterali, persone che contribuirono allo sviluppo economico della Germania. “Non erano visti come radicali, erano persone molto silenziose”, ricorda, aggiungendo che “avevano vissuto il sistema di Atatürk e non avevano messo su la bandiera dell’islamismo”. Le donne turche arrivate in Germania in quegli anni sono rimaste nella memoria della professoressa italiana che vive in Germania e che ha recentemente ricevuto l’Onorificenza dell’Ordine della Stella d’Italia, nel grado di Ufficiale, concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Le vedi nei documentari: non portavano il velo, erano donne moderne che venivano da piccole realtà, andavano a Istanbul e poi venivano reclutate per lavorare qui. Berlino ha reclutato molte donne turche  per l’industria, e le vedi giovani, moderne, senza velo, alcune molto attive nel sindacato tedesco”. La loro religione, spiega, era vissuta come un fatto privato: “erano di religione musulmana come io sono di religione cattolica, però neutrali e senza problemi”.
Quando si parla di radicalizzazione, la Pichler invita alla prudenza. In Germania, sottolinea, “non abbiamo mai avuto persone radicali di origine turca che provenivano da queste comunità integrate, che lavorano e lavorano contribuendo all’economia tedesca”. Neppure tra i profughi vede un rischio significativo. La sua analisi si concentra invece su casi isolati, legati a fragilità personali: “Problemi di integrazione, ma non problemi di integrazione sociale: problemi di riconoscimento. Si sentono deboli dentro di sé e vedono l’intorno più forte. Allora si sentono deboli e cercano di reagire in modo sbagliato”.
Il caso recente di un giovane con cittadinanza tedesca ma di origine libanese è, per lei, emblematico. La Pichler vede in questo intreccio di identità una “possibile vulnerabilità”: “questo ragazzo magari, con tutto quello che sta succedendo adesso, gli hanno fatto il lavaggio del cervello. Questi ragazzi sono facili da influenzare”.
La docente aggiunge una riflessione generazionale: “A differenza di noi, che giocavamo con la palla e leggevamo i giornali, questi giocano solo con i social media e vengono influenzati. Noi eravamo ragazzi che ricevevamo i quotidiani a scuola e ci facevamo un’idea del mondo accompagnati dagli adulti. Adesso la conoscenza del mondo è spesso falsata da informazioni strumentalizzate”. Di fronte a queste fragilità, la professoressa non nasconde la complessità della questione. “Dovrebbero rispondere i vari esponenti delle istituzioni”, osserva. Tuttavia indica con chiarezza ciò che può fare la società civile: “quello che possiamo fare noi è collaborare con tutti questi ragazzi e queste persone che vengono da queste regioni e che sono integrate, che lavorano per l’integrazione, per un sistema democratico e repubblicano. E ce ne sono tantissime”. Da qui il suo invito a non cadere nei pregiudizi: “Dire ‘questi sono così e non possiamo fare nulla’ non aiuta”. Ricorda che in Germania “abbiamo un ministro che è originario della Turchia”, a dimostrazione che l’integrazione funziona e che esiste un Islam pienamente compatibile con le società europee, fondato su dignità, libertà religiosa e partecipazione democratica. “Il rispetto e la dignità sono il fondamento del dialogo, che può avvenire solo attraverso uno scambio dove entrambe le persone si riconoscono come persone che hanno una loro dignità”. Una visione che supera le categorie religiose, culturali e politiche, e che richiama alla responsabilità condivisa di costruire convivenza.

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