La vera novità fu il metodo. Dal 30 ottobre al 4 novembre 1976, a dieci anni dal Concilio, circa 2.500 tra vescovi, presbiteri, religiosi, religiose e laici si ritrovano a Roma per il primo Convegno nazionale della Chiesa italiana, “Evangelizzazione e promozione umana”. Il card. Antonio Poma, presidente della Cei, lo aveva voluto come “l’incontro, sia pure per rappresentanza, di tutte le componenti ecclesiali delle nostre Diocesi”. Domenica 31 ottobre, in San Pietro, Paolo VI consegna ai convegnisti una parola netta: “Per evangelizzare occorre essere coraggiosi”. Cinquant’anni dopo, a un anno dalla chiusura del Cammino sinodale e con la riforma dello Statuto della Cei appena avviata, quell’esperienza torna a fare da specchio.
Ascolto e corresponsabilità, un metodo nuovo
Le sintesi dell’ultimo giorno, affidate a mons. Luigi Maverna, segretario generale della Cei, e a p. Bartolomeo Sorge, direttore de La Civiltà Cattolica, condensano il percorso in una formula: “Una Chiesa in ricerca, in servizio, in crescita”. Ai lavori non segue però un documento finale. Il messaggio della Presidenza Cei del 24 novembre 1976 lo spiega con un’espressione destinata a restare: il Convegno “viene dalle Chiese locali e torna alle Chiese locali”. E rivendica il valore del confronto: “Anche la diversità delle valutazioni ha contribuito a rafforzare la nostra corresponsabilità nella Chiesa e di fronte al mondo”. Sei mesi dopo, presentando gli Atti, il Consiglio permanente indica nell’evento stesso il primo contenuto da approfondire: “Si è ascoltato, si è dialogato e discusso francamente”, annotano i vescovi, riconoscendo in quel modo di lavorare “un nuovo fatto importante per la Chiesa in Italia”. Ne discende la richiesta di “istituire o potenziare gli organismi collegiali di partecipazione”, per una Chiesa che sia “luogo di corresponsabilità, dove ognuno abbia la sua voce”. Lo stesso testo traccia però un confine, mettendo in guardia dal pluralismo che diventa “dissenso istituzionalizzato”. Nel 2019 Sorge è tornato su quella stagione dalle pagine della stessa rivista: “Il Convegno del 1976 di fatto rimase una tappa isolata”, e nei quattro convegni seguenti “i laici non svolsero più quel ruolo di corresponsabilità”.
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Chi resta fuori, la domanda di Nervo
La partecipazione, nel 1976, viene anche misurata. Mons. Giovanni Nervo, fondatore di Caritas italiana, legge i documenti arrivati dalle diocesi e osserva che gli interlocutori sono in genere professionisti, impiegati e studenti, mentre manca “il pensiero di operai, di contadini e tanto meno dei poveri”. La testimonianza di un gruppo di ex assistiti, annota, è “l’unica voce di emarginati presente nella documentazione”. Nervo rilancia la proposta di una Chiesa locale: “L’inserimento a pieno titolo dei più poveri con la loro tipica profezia negli stessi organismi pastorali ecclesiali”. E non risparmia l’autocritica: spesso la revisione di vita si esige “dagli altri, soprattutto dalla gerarchia, piuttosto che incominciarla da se stessi”. Mezzo secolo più tardi la stessa domanda ha attraversato il Cammino sinodale, con “50mila gruppi” in ascolto secondo mons. Erio Castellucci, fino al Documento di sintesi approvato con 781 “placet” su 809 votanti. A settembre il Consiglio permanente, avviando il percorso verso la riforma dello Statuto della Cei, ha riletto il cinquantesimo attraverso la figura di mons. Enrico Bartoletti, regista della preparazione: ai laici spetta portare il pensiero cristiano “negli ambienti dove si formano le coscienze e si decide per la collettività”. Giuseppe De Rita, tra i relatori del 1976, alla vigilia dell’incontro promosso dal Censis il 4 novembre con il card. Matteo Zuppi, invita a “ridisegnare non il ruolo, ma la postura intellettuale e politica della Chiesa”. Nell’invito di cinquant’anni fa il card. Poma aveva affidato ai convegnisti, con Johann Adam Möhler, la regola di fondo: “Né uno, né ciascuno possono essere il tutto. Solo tutti costituiscono il tutto”.

