Mercoledì 11 novembre, alle 8, Leone XIV visiterà il Complesso penitenziario federale di Buenos Aires, nell’ultima giornata in Argentina prima di partire per il Perù. È una delle tappe del viaggio apostolico che dal 6 al 17 novembre porta il Papa in Uruguay, Argentina e Perù. In vista della visita il Sir ha intervistato Juan E. Méndez, che il carcere lo ha conosciuto dall’interno. Avvocato argentino, nato nel 1944 a Lomas de Zamora, negli anni Settanta difendeva i prigionieri politici. Fu arrestato e torturato, e passò diciotto mesi in detenzione, gran parte nell’Unità 9 di La Plata, prima di essere espulso dal Paese nel 1977. Negli Stati Uniti ha lavorato per Human Rights Watch, ha guidato il Centro internazionale per la giustizia di transizione e dal 2010 al 2016 è stato relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura. Ha insegnato diritto internazionale al Washington College of Law dell’American University.
Professor Méndez, lei ha conosciuto personalmente il carcere e la tortura durante la dittatura argentina. Quanto ha segnato quell’esperienza il suo modo di guardare, ancora oggi, alla condizione di una persona privata della libertà?
Sono passati più di cinquant’anni dalla mia esperienza della tortura, e il prossimo febbraio saranno cinquant’anni da quando ho riacquistato la libertà, dopo diciotto mesi da prigioniero politico. Certamente quelle esperienze restano molto presenti nella mia vita professionale e nel mio interesse per le politiche pubbliche dal punto di vista dei diritti umani. Già da giovane avvocato mi ero interessato al tema, perché difendevo prigionieri politici e avevo visitato i miei assistiti in diverse carceri. Nel corso di questi decenni mi è capitato di visitare molti centri di detenzione e penitenziari, e mi sono interessato ai temi della riforma penitenziaria e della prevenzione della tortura e dei maltrattamenti.
Dopo una vita dedicata alla difesa dei diritti umani e alla prevenzione della tortura, come valuta oggi la situazione delle carceri argentine? Quali sono, secondo lei, le questioni più gravi e urgenti?
Da qualche tempo non visito carceri in Argentina, ma mi tengo informato attraverso i rapporti e le pubblicazioni delle ong che si occupano di questi temi e degli organismi di controllo semi-ufficiali, che in Argentina sono molto professionali e molto credibili. Meno di due anni fa sono tornato a visitare l’Unità 9 di La Plata, dove ho trascorso la maggior parte dei miei diciotto mesi di carcere. È molto deteriorata dal punto di vista fisico. In generale, ritengo che oggi le carceri argentine siano in condizioni peggiori che negli anni Settanta, e che siano molto più violente per chi vi è detenuto. Anche se non c’è tortura dei prigionieri politici né ci sono sparizioni forzate, la tortura come metodo di indagine sui reati non è stata sradicata. Inoltre l’opinione pubblica è molto condizionata dai messaggi sull’“insicurezza dei cittadini” e sulla criminalità, e gli sforzi di riforma penitenziaria non hanno sostegni significativi. Come in molti altri Paesi, le carceri sono l’ultima priorità della politica. Sempre come in altri Paesi, in Argentina ci sono anche carceri pulite e sane, con condizioni di vita che rispettano la dignità dei detenuti. Ma sono una minoranza degli istituti. Quanto ai temi più urgenti, credo che il sovraffollamento negli istituti più grandi sia molto grave e si accompagni al deterioramento dei servizi e dei benefici previsti dalla legge. Il sovraffollamento genera inoltre violenza tra i detenuti e violenza repressiva degli agenti penitenziari contro i detenuti. Tutto questo si aggrava con la tendenza ad aumentare le pene nel Codice penale e con l’abbassamento dell’età imputabile dei minorenni accusati di reati, iniziative, queste ultime, del governo del signor Milei, all’esame del Congresso.
Il sovraffollamento, la custodia cautelare, le persone detenute nei commissariati e le denunce di maltrattamenti restano problemi documentati. Quando un sistema penitenziario supera certi limiti, dove finisce la pena legittima e dove comincia una violazione della dignità umana?
Il trattamento umano e dignitoso di ogni persona è condizione essenziale di una politica penale democratica e deve essere applicato con rigore a ogni persona privata della libertà, qualunque sia il reato di cui è accusata. Il trattamento umano e dignitoso è anche più efficace nella lotta contro il crimine e protegge meglio la vita e la sicurezza del personale di polizia. Non serve molta immaginazione per capire che la persona torturata, quando riacquista la libertà, sarà più disposta a resistere all’arresto una seconda volta, e con più violenza. La società ha diritto alla sicurezza e lo Stato ha l’obbligo di garantirla. Ma la repressione illegale, che comprende la tortura ma anche le condizioni disumane di detenzione, non solo viola la legge ed è eticamente indifendibile: è anche inefficace, perché riproduce le condizioni sociali che portano alla criminalità.
Spesso si parla delle carceri in termini di sicurezza. Molto meno di ciò che dovrebbe accadere durante e dopo la detenzione. Che cosa dovrebbe significare davvero il reinserimento, e quanto è lontana oggi l’Argentina da questo obiettivo?
Mi sembra che in Argentina, come in molti altri Paesi, si sia abbandonata l’idea della riabilitazione della persona come elemento essenziale dell’esecuzione della pena. Si fa molto poco per il reinserimento e ancora meno per seguire le persone dopo il ritorno in libertà. In alcune fasi democratiche sono stati creati con successo programmi di istruzione in alcune carceri, con l’intervento delle autorità scolastiche e perfino delle università pubbliche. Quei programmi, però, non si sono rivelati sostenibili.
Lei è passato dall’essere un prigioniero politico torturato a diventare relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura. Guardando a questo percorso personale, che cosa ha imparato sulla capacità di una società di ricostruire la giustizia senza trasformarla in vendetta?
Come per altri aspetti dei diritti umani, siamo ora in una fase di regressione. L’autoritarismo in politica si traduce anche in un certo rifiuto di riconoscere che le carenze della giustizia penale riguardano tutti noi e non solo chi ne è direttamente colpito. In ogni caso, mi sembra che questa fase non sia sostenibile nel tempo, e che si possano concepire, e anche mettere in pratica, politiche pubbliche più etiche e più intelligenti. Nel frattempo è importante promuovere una discussione informata e basata sui dati sui modi migliori di garantire la sicurezza. Finché avremo accesso alla libertà di espressione e di informazione, abbiamo il dovere di continuare a denunciare le condizioni disumane di detenzione, e di promuovere e sostenere gli sforzi più seri per invertire questa situazione. Mi sembra innegabile che i Paesi che hanno una giustizia penale umana, dignitosa e che punta sulla riabilitazione siano anche Paesi in cui la criminalità ha numeri meno gravi. E non è un caso.
Leone XIV visiterà un carcere argentino durante il suo viaggio nel Paese. Che significato può avere la presenza del Papa in un luogo di privazione della libertà, soprattutto in un sistema penitenziario che attraversa una situazione di emergenza?
La visita del Papa a un carcere argentino avrà senza dubbio una grande risonanza per la presa di coscienza, da parte dei cittadini, dello stato della giustizia penale, e non solo in Argentina ma anche nei Paesi vicini. La capacità del Papa di parlare con i detenuti e di ascoltarli sarà un grande contributo alla conoscenza delle condizioni e delle sfide di una politica che, per ora, è semplicemente disumanizzante e senza soluzioni. Spero inoltre che la presenza di Leone XIV in Argentina renda più visibili gli sforzi, molto meritevoli, degli organismi statali indipendenti e anche della società civile, che documentano e denunciano le condizioni di cui abbiamo parlato.

