Papa Leone ce lo ha ricordato: l’intelligenza artificiale e la trasformazione digitale sono un ambiente, non più e non solamente uno strumento. E lo sono perché, a differenza di ogni altra tecnologia del passato, non incidono semplicemente sul rapporto tra umano e natura, ma sul rapporto con l’altro, perché incidono su ciò che è messaggio, informazione e, dunque, relazione. In questa prospettiva e con questa consapevolezza il documento del Dicastero per la dottrina della fede “Venite ad me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca” affronta la questione rilevando la condizione digitale e alcune delle sue conseguenze, che non sono le stesse in tutto il mondo, ma che sta a noi, in questo nostro pezzetto di mondo, valutare con maggiore attenzione e ampiezza di quanto non possa fare un dicastero.
In particolare, vorrei segnalare quanto viene detto al numero 119, che recita: “Nel presente, si rende necessaria un’indagine specifica sul repentino declino del cattolicesimo nei Paesi in cui esso era profondamente radicato, al fine di comprenderne le cause e di elaborare un’adeguata risposta pastorale”. L’uso del termine “repentino” fa riflettere, perché è associabile ad altri repentini cambiamenti occorsi in questa parte di mondo: la capacità di pensare, governare, stare nell’attrito, la preoccupante fatica di vivere dei più giovani che, stando a uno studio di Save the Children, per una buona metà non hanno un equilibrio psicologico decente. Sarebbe scorretto ascrivere al digitale tutto questo, ma ingenuo non considerarlo del tutto.
Corriamo il rischio di continuare a pensarlo come mezzo, continuare a pensare che esista un mondo virtuale e un mondo reale, continuare a immaginare che la tecnologia dell’informazione abbia bisogno di regole e di educazione. Giova continuare a fare elenchi di pericoli presunti o reali, attenzioni etiche presunte o reali, con l’immancabile “si dovrebbe” finale? Non è così e, siccome così non è, non possiamo semplicemente aggiustare il tiro, cambiare linguaggi, strizzare l’occhio alla cultura, aspettare un nuovo sussidio per la catechesi magari con immagini fatte con l’intelligenza artificiale.
Se siamo di fronte a un cambiamento d’epoca è bene che vi corrisponda un cambiamento di paradigma, un’autentica conversione, non morale, ma di percorso. Il digitale è un ambiente: dunque facciamoci domande che sono proprie di un ambiente: cosa lo rende tossico, cosa lo rende salubre? Come può essere abitato dalla forma credente? Come la forma credente non vi può attecchire?
Dato l’umano irriducibile e il kerygma che non è nella nostra disponibilità, tutto il resto è nella nostra responsabilità. Ma non nell’ordine dei mezzi, perché solo a un nuovo mezzo si risponde con mezzi nuovi: il sussidio, il linguaggio, l’approccio, la scansione temporale, la scelta liturgica, la mistagogia, l’approccio esistenziale. A un nuovo ambiente non si risponde con nuovi mezzi, perché sono inutili in partenza, inefficaci nella sostanza, vecchi già nella loro genesi. Quelli vecchi riadattati, quelli nuovi improvvisati.
Ci interroghiamo sul fatto che tanti tornino a forme che credevamo passate: non è segno che funzionano quelle, è segno che non funziona più nulla, perché non è ciò che funziona quello che dovremmo cercare. Perché ciò che funziona è solamente un mezzo. Invece c’è bisogno di rispondere a nuove domande.
Una nuova domanda: la fedeltà all’uomo in questo nuovo ambiente cosa significa? Abbiamo una teologia dell’ospitalità? Una pastorale non degli ambienti ma dell’ambiente?

