Il risultato più importante delle elezioni israeliane potrebbe essere quello che nessuno dei due contendenti principali è disposto a riconoscere fino in fondo. Benjamin Netanyahu ha resistito, Gadi Eisenkot non è riuscito a scalzarlo, ma a cambiare il peso degli equilibri sono stati i cittadini arabi palestinesi di Israele. Proprio quelli che la retorica nazionalista ha cercato per anni di relegare ai margini della vita pubblica. È un paradosso che dice molto più dei conteggi ancora incompleti.
Mentre scriviamo, restano da scrutinare numerose schede, comprese le «doppie buste» dei militari e di altre categorie di elettori. Le proiezioni collocano il blocco di Netanyahu intorno ai 54 seggi, quello di Eisenkot intorno ai 48 e le liste arabe a circa 18. Servono 61 deputati per governare. Il dato aritmetico è dunque provvisorio; quello politico appare già eloquente: Israele ha votato senza consegnare a nessuno una soluzione.
Il primo equivoco da evitare è scambiare la resistenza di Netanyahu per un nuovo mandato popolare. Il Likud resta il primo partito e domina la propria coalizione: è la vittoria personale di un leader capace di trasformare ogni crisi in una prova di fedeltà. Ma il suo blocco arretra. Le formazioni che ne hanno sostenuto le scelte più radicali, quelle di Ben Gvir e Smotrich, pagano un prezzo elettorale significativo. Il premier può ancora rivendicare la forza del proprio apparato e del sistema di consenso che ha costruito, mentre continua ad affrontare tre processi per corruzione, nei quali respinge le accuse. Non può però sostenere che il Paese gli abbia riconsegnato indisturbato il potere.
Il secondo equivoco sarebbe salutare Eisenkot come il volto di una svolta. L’opposizione ha raccolto il disagio di una società provata dalla guerra, ma non ha saputo costruire un’alternativa sufficientemente larga. Soprattutto, resta prigioniera di una contraddizione: ha bisogno dei voti arabi per immaginare una maggioranza e, in parte, considera ancora impraticabile un accordo con chi li rappresenta. Si invoca il cambiamento, dunque, ma si esita ad accettarne una delle condizioni democratiche. È qui che il problema smette di essere soltanto parlamentare e diventa culturale.
Intanto i cittadini arabi palestinesi di Israele hanno scelto la partecipazione. Le proiezioni attribuiscono alle loro liste circa diciotto seggi, più di quanti ne otterrebbero insieme le formazioni di Ben Gvir e Smotrich. Dopo anni nei quali la loro voce è stata sospettata, delegittimata, talvolta trattata come un elemento estraneo alla nazione, hanno risposto con il voto. Non una concessione ricevuta dall’alto, ma un diritto esercitato con una forza capace di pesare sui rapporti politici. Anche qui occorre precisione: parliamo dei cittadini palestinesi di Israele, non degli abitanti di Gaza e della Cisgiordania, esclusi da questa consultazione.
Sarebbe illusorio leggere in questo risultato la fine del nazionalismo israeliano o l’inizio di una politica di pace. Anche un eventuale governo senza Netanyahu non garantirebbe una diversa scelta su Gaza, l’occupazione della Cisgiordania o i diritti nazionali palestinesi. Il trauma del 7 ottobre, le guerre successive e la radicalizzazione della società continueranno a pesare. E tuttavia il voto apre una crepa nella rappresentazione di una democrazia che pretende di discutere il proprio futuro lasciando politicamente ai margini una parte consistente dei suoi cittadini.
Le trattative potranno durare settimane. Netanyahu potrebbe restare alla guida di un governo provvisorio; Eisenkot potrebbe non riuscire a raccogliere i numeri necessari. Ma il punto più interessante non coincide con il nome del prossimo premier. La questione è se il sistema politico israeliano saprà considerare i rappresentanti arabi interlocutori legittimi, anziché una presenza da tollerare finché non diventa decisiva.
Dire che nulla è cambiato sarebbe miope. A scuotere le urne sono stati proprio coloro che hanno conosciuto il peso dell’esclusione. E la domanda che affidano a Israele è semplice e radicale: quanto vale una democrazia se teme il voto di una parte dei propri cittadini?
Il voto degli esclus
Scritto il 29/10/2026
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