Il valore della differenza nella vocazione della donna

Scritto il 07/03/2026
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Una sfida culturale aperta: la Giornata internazionale della donna.
Tale la denominazione ufficiale che, dal 1909, prendendo le mosse negli USA si diffuse in Europa fin dal 1911. Per giungere, infine, in Italia nel 1922. Non commemorare, non esibirsi in manifestazioni: è preferibile lasciare il posto a una seria e fondata riflessione che conduca a comprendere e a rendere pulsante l’essere donna e la grande risorsa dell’alterità.
Emerge la necessità di chiarire e la voce di E. Badinter si fa sentire: “Il problema teorico del nuovo femminismo è proprio lì. Come ridefinire la natura femminile senza ricadere nei vecchi schemi? Come parlare di “natura” senza mettere in pericolo la libertà?”.
Siamo individui, uomini e donne, immersi nel flusso della storia, nel nostro attuale Zeitgeist e, per chi crede, pellegrini verso il Volto del Padre. Una via che si può scoprire intrisa di Bellezza immersi nella nostra cultura.
Il monito di Benedetto XVI, la cui competenza teologica nessuno oserà mettere in dubbio al di là delle possibili preferenze individuali, risuona imperativo: “La secolarizzazione, che si presenta nelle culture come impostazione del mondo e dell’umanità senza riferimento alla Trascendenza, invade ogni aspetto della vita quotidiana e sviluppa una mentalità in cui Dio è di fatto assente, in tutto o in parte, dall’esistenza e dalla coscienza umana”.
Proprio perché “cultura non è solo lascito dei nostri maggiori, che riceviamo al di là della mediazione genetica, ma soprattutto un agire libero e creativo che plasma ed agisce sull’esterno e sullo stesso soggetto che le opera”, come afferma Blanca Castilla de Cortázar.
Quindi in libertà e creatività, credendo nella relazione della differenza, prestiamo ascolto alla Chiesa, “esperta in umanità”, come amava esprimersi Ratzinger, che con le parole dei suoi pastori ci indica come muovere il nostro passo.
Giovanni XXIII guardava agli inizi: “il fervore gentile e generoso delle apostole della Chiesa primitiva: di Cecilia, di Agnese, di Caterina, di Agata, di Lucia”. La donna, se ascoltiamo la Scrittura, è il coronamento della creazione “di cui in un qualche senso rappresenta il capolavoro” (Pio XII).
La donna scopre in se stessa alcuni doni: la capacità di vedere oltre, di intravedere quanto ancora si sta solo annunciando. Diventa quindi possibile osservare le persone, il loro vivere nel mondo con occhi diversi, resi capaci di penetrare il tempo e lo spazio.
Il sentire della donna si scopre creativo, può cogliere dimensioni e piste inedite.
Papa Francesco si interrogava: “Anche nella Chiesa è importante chiedersi: quale presenza ha la donna? Io soffro – dico la verità – quando vedo nella Chiesa o in alcune organizzazioni ecclesiali che il ruolo di servizio – che tutti noi abbiamo e dobbiamo avere – che il ruolo di servizio della donna scivola verso un ruolo di servitore. Non so se si dice così in italiano”.
Quindi uscire da una sorta di servaggio non solo è opportuno ma è auspicato per comprendere quanto significhi, nel profondo, servire.
Stiamo soffrendo ancor oggi la mancanza di percorsi intellettuali, di scavo biblico e teologico non portati avanti per creare una teologia delle donne, perché teologia è teologia e la donna teologa toglie il velo a una scienza in cui il suo intelletto, il suo sentire e le sue conoscenze possono armonizzarsi con il lavoro del teologo e con l’immagine di Dio donata a entrambi.
Francesco lo toccò con mano: “Credo che noi non abbiamo fatto ancora una profonda teologia della donna, nella Chiesa. Soltanto può fare questo, può fare quello, adesso fa la chierichetta, adesso legge la Lettura, è la presidentessa della Caritas … Ma, c’è di più! Bisogna fare una profonda teologia della donna. Questo è quello che penso io” (28 luglio 2013). Quindi la donna è chiamata a essere autentica serva della Parola, autentica ricercatrice teologica, per esprimere la Bellezza con cui il Creatore l’ha coronata.

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