«L’autunno e poi l’inverno: fango, pioggia e strade impraticabili. Dovremo raggiungere per il ministero i villaggi di Sonjačne e Fedorivka percorrendo strade sterrate attraverso i campi, perché viaggiare lungo la strada normale è molto pericoloso a causa degli attacchi dei droni nemici, che controllano le vie di comunicazione. Al monastero non sappiamo nemmeno se potremo riscaldarci, ma restiamo qui. Qui la gente ha bisogno di aiuto: coperte pesanti, indumenti caldi, biancheria termica…». Padre Ignatius Moskalyuk, rettore del monastero basiliano, greco cattolico, di San Volodymyr il Grande, a Kherson, è un testimone di fede. Una presenza vitale per i più deboli. Per gli ultimi. Per coloro che non hanno avuto la possibilità di essere evacuati o che non vogliono abbandonare la loro casa. Kherson è una città ormai svuotata – occupata nella fase iniziale della guerra, liberata da soldati ucraini nel mese di novembre del 2022 – ridotta da 600.000 a circa 20.000 abitanti. Ogni giorno ci si sveglia col fragore dei bombardamenti russi, guardando il cielo per cercare riparo dai droni carichi di esplosivo. Una città insanguinata dal quotidiano safari umano dei militari russi.
Come riuscite a sopravvivere a Kherson?
«Le rispondo così: la situazione è costantemente tesa ed è molto difficile. Personalmente, come sacerdote, devo dire che psicologicamente non è facile, non è semplice. Tuttavia il Signore mi aiuta, mi dona una forza e un coraggio particolari. Ed è proprio la mia fede – la fede che Cristo è accanto a me, che la Sua Santissima Madre, la Vergine Maria, mi sostiene e che San Giuseppe protegge il nostro monastero – a darmi una forza speciale e la capacità di resistere».
Resistete, tra i costanti attacchi dei droni russi…
«Ogni giorno sopra il nostro monastero sorvolano droni russi carichi di esplosivo. Lo vedo con i miei occhi. All’inizio era qualcosa di terribile e spaventoso, ma col tempo, purtroppo, ci si abitua a ciò a cui è impossibile abituarsi. E semplicemente si continua a vivere. Ogni mattina mi alzo dal letto, mi inginocchio davanti all’immagine di Gesù crocifisso e Lo ringrazio perché mi ha permesso di alzarmi e iniziare un nuovo giorno. Non so cosa mi aspetti durante questa giornata, ma affido nelle Sue mani la mia vita, la vita dei sacerdoti che vivono con me nel monastero e quella di fratel Pio. Così continua la nostra giornata. Andiamo in chiesa per la preghiera, svolgiamo i nostri doveri monastici e i lavori necessari per il monastero. La sera torniamo di nuovo alla preghiera. Arrivano le persone, dedichiamo loro del tempo, preghiamo insieme e chiediamo a Dio la benedizione per la nostra città e la forza di perseverare in questi giorni e in questi tempi terribili».
Gli aiuti umanitari arrivano o le consegne sono state ridotte?
«La situazione umanitaria a Kherson sta peggiorando. Peggiora perché, a causa degli attacchi russi e dei droni russi, le vie di rifornimento vengono spesso interrotte e i grandi camion che vorrebbero portare gli aiuti umanitari hanno paura di venire qui, perché potrebbero essere colpiti dai droni russi. Anche le missioni umanitarie, che erano presenti soprattutto nel 2023 e nel 2024, ora sono diventate molto più rare. Probabilmente perché è diventato molto difficile portare gli aiuti umanitari a Kherson a causa degli attacchi dei droni nemici».
In città ci sono ancora negozi aperti? La gente riesce ad acquistare generi alimentari?
«Se arrivano prodotti alimentari a Kherson, vengono trasportati in piccole quantità, con veicoli piccoli, per riuscire a portarli in città. I grandi supermercati che un tempo esistevano a Kherson sono stati completamente bombardati e distrutti. Non è rimasto nulla. Ci sono soltanto piccoli negozi che continuano a rifornire la popolazione di generi alimentari. Tuttavia i prezzi sono spesso molto alti, perché il carburante – benzina e gasolio – è aumentato molto di prezzo, e anche il rischio della consegna incide sui costi. Probabilmente chi trasporta la merce tiene conto di questo pericolo. Per questo motivo i prezzi dei prodotti alimentari a Kherson sono molto elevati».
Quante persone vivono a Kherson?
«La popolazione della città diminuisce continuamente. Ad esempio, le autorità locali dicevano che nel 2023 a Kherson vivevano ancora circa 60.000 persone. Ora, probabilmente, ne sono rimaste tra le 20.000 e le 25.000. Forse anche meno: nessuno conosce il numero esatto. La gente ha iniziato pian piano a lasciare la città. Questa è la situazione da noi…».
Padre Ignatius non usa toni eclatanti. Misura le parole. Dice chiaro e tondo ciò di cui le persone, anche il monastero – il primo ad aiutare e accogliere – hanno bisogno. Il grande freddo incombe…
«Le centrali termiche, cioè gli impianti che avrebbero dovuto fornire il riscaldamento alla città, sono state completamente distrutte. Ora si cerca di fare qualcosa, ma non si sa come sarà questo inverno. Per questo motivo le autorità cittadine hanno annunciato l’evacuazione della popolazione verso altre regioni dell’Ucraina, perché è possibile che durante l’inverno nelle case non ci sia il riscaldamento. Inoltre non si sa se ci saranno elettricità e acqua. La gente è spaventata e non sa cosa fare. Alcuni lasciano la città, altri hanno paura di partire perché non sanno dove andare, come vivranno e di cosa vivranno. Per questo penso che una parte della popolazione rimarrà comunque a Kherson, anche se non ci sarà né riscaldamento né calore».
Al monastero di San Basilio si resta compatti. Accanto ai bisognosi. Rimanete, nonostante tutto?
«Per ora non abbiamo intenzione di andarcene, anche se la situazione è molto difficile. Anche noi viviamo una grande preoccupazione perché non riusciamo a far arrivare al monastero la legna e il carbone per il riscaldamento. I fornitori hanno paura di entrare nella città di Kherson. Probabilmente anche il monastero rimarrà senza riscaldamento quest’anno. Speriamo ancora che qualcosa possa cambiare, ma non sappiamo come andrà. Nonostante tutto, non lasceremo Kherson. Le persone che vengono nella nostra chiesa hanno bisogno di assistenza pastorale, di sostegno morale e anche di sostegno psicologico. Non possiamo abbandonarle. Per questo, con ogni probabilità, affronteremo insieme a loro le difficoltà di questo inverno. Non è facile, ma crediamo che sia il nostro dovere».
«Gli abitanti di Kherson che rimarranno in città durante l’inverno avranno bisogno di un sostegno particolare. Per le persone che rimarranno a Kherson sarà durissimo vivere senza riscaldamento, senza elettricità e senza comunicazioni. Per questo vorrei chiedere, prima di tutto, vestiti caldi: giacche, se sarà possibile farle arrivare a Kherson. Vorrei chiedere anche coperte pesanti, affinché la gente possa coprirsi, sacchi a pelo, biancheria termica, se sarà possibile, power bank e stazioni di ricarica portatili, affinché le persone possano mantenere i contatti anche in assenza di elettricità, ricaricare i propri telefoni cellulari e comunicare con i familiari, con le persone care o con i servizi di emergenza. Per noi questo è davvero molto importante. Vi chiedo con tutto il cuore, se ne avrete la possibilità, di aiutarci e di non lasciare senza speranza le persone che rimarranno a Kherson, affinché non si sentano abbandonate e dimenticate, come se non fossero importanti per nessuno. Per questo desidero rivolgermi ai nostri amici italiani…».

