“Vorrei restare, ma…”. E’ questo il titolo della prima indagine promossa dall’Osservatorio Socio-Pastorale della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi che ha ha coinvolto 1.412 ragazze e ragazzi tra i 13 e i 19 anni, pari al 17,8% della popolazione scolastica del territorio.
“Non è semplicemente una dichiarazione di volontà e neppure un progetto di partenza”, spiega al Sir don Pino Demasi, direttore dell’Osservatorio: è “una frase sospesa, nella quale convivono l’affetto per la propria terra e la paura di non riuscire a costruirvi il proprio futuro”.
Foto Diocesi Oppido M.-Palmi
L’indagine evidenzia come la principale difficoltà non sia la povertà o la paura, quanto l’assenza di una prospettiva concreta. Il 33% degli intervistati vorrebbe restare ma teme la scarsità di opportunità, mentre soltanto l’11% dichiara di voler rimanere con convinzione. Con il passare degli anni scolastici aumenta progressivamente la propensione a partire: sommando chi teme di non trovare occasioni, chi valuta il trasferimento e chi è già deciso a lasciare il territorio, si passa dal 63,1% degli studenti delle prime classi all’83% di quelli delle quinte.
Particolarmente significativo il dato sulla fiducia nelle istituzioni: solo il 14,2% dei giovani afferma di sentirsi realmente ascoltato, mentre famiglia e scuola restano i principali punti di riferimento. Inoltre, il 61,4% dichiara di aver assistito o vissuto situazioni nelle quali l’accesso a un’opportunità è stato condizionato da favoritismi; per il 70,5% questa realtà scoraggia chi si impegna e studia.
Per don Demasi sarebbe però riduttivo leggere la ricerca soltanto come una fotografia dello spopolamento. “Il problema non è quanti giovani partiranno, ma perché sentono di dover partire”. Una domanda che interpella l’intera comunità e, in modo particolare, la Chiesa. “Non possiamo chiedere ai giovani di amare la propria terra se non siamo capaci di offrire loro ragioni concrete per farlo. La Chiesa non può limitarsi ad accompagnarli quando partono o chiedersi come farli tornare. È chiamata a stare prima, accanto alle loro domande, alle loro paure e ai loro sogni”.
Presentando i risultati della ricerca, illustrati da Antonio Napoli e Filippo Andreacchio, il vescovo di Oppido Mamertina-Palmi, mons. Giuseppe Alberti, ha sottolineato che “vogliamo davvero prendere sul serio le nuove generazioni, aumentare i pixel nel leggere la situazione in cui si trovano. Noi crediamo nei giovani” ai quali occorre “offrire opportunità, fare percorsi di accompagnamento e camminare con loro, non solo per loro”. “Restare – ha concluso – è frutto di una scelta individuale, ma anche di una comunità che dice che vale la pena rimanere, perché le opportunità non sono di uno, ma di un popolo”.
Foto diocesi Oppido M.- Palmi
L’indagine restituisce l’immagine di una generazione tutt’altro che passiva. “Non siamo davanti a giovani che non vogliono fare nulla”, osserva don Demasi: “spesso non trovano luoghi nei quali poter fare qualcosa che abbia senso”. Da qui il richiamo alle comunità cristiane affinché diventino spazi di corresponsabilità. “Una Chiesa che vuole essere davvero sinodale non può limitarsi a fare qualcosa per i giovani, ma deve imparare a fare qualcosa con i giovani”, ha aggiunto.
Al centro emerge anche la questione educativa. Il dato sul peso dei favoritismi evidenzia una profonda crisi di fiducia. “Se insegniamo ai ragazzi che vale la pena impegnarsi, studiare e rispettare le regole, ma poi essi sperimentano una realtà nella quale il merito non viene riconosciuto, rischiamo una frattura tra ciò che diciamo e ciò che vedono”, afferma il sacerdote: “la credibilità degli adulti è una forma di educazione”. Da qui il richiamo alla legalità vissuta. Secondo don Demasi, la Chiesa può svolgere un ruolo importante non soltanto attraverso momenti formativi, ma soprattutto promuovendo esperienze concrete di responsabilità, cittadinanza attiva e servizio. Fondamentali, in questo senso, l’utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, la cura del territorio, la valorizzazione del volontariato e la conoscenza delle storie delle vittime innocenti delle organizzazioni criminali. “La memoria deve diventare responsabilità. Altrimenti rischia di commuovere senza cambiare la vita”.
Tra i numeri della ricerca emerge però anche un segnale di speranza. “I giovani ci stanno ancora parlando”, sottolinea don Demasi. Chiedono ascolto, partecipazione, lavoro, giustizia, fiducia e comunità. Prima di “decidere se partire, vorrebbero poter credere che anche nella loro terra sia possibile costruire un futuro”. Per questo l’indagine “non dovrebbe esaurirsi in una pubblicazione o in una presentazione pubblica. Dovrebbe diventare un percorso pastorale”, conclude il direttore dell’Osservatorio. Un cammino da portare nelle parrocchie, negli oratori, nelle associazioni, nelle scuole e nei percorsi di pastorale giovanile, affinché “la speranza raccolta nei dati possa tradursi in scelte e opportunità concrete per le nuove generazioni”.

