Premiata la forza del diritto

Scritto il 14/10/2026
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Il Comitato norvegese che assegna il Nobel per la pace il 9 ottobre ha scelto di premiare il diritto e, in un mondo in cui la forza gli sembra prevalere, questa assegnazione è quanto mai importante. Nobel per la pace 2026 è la giurista sudafricana Navi Pillay, da anni impegnata sul fronte dei diritti delle minoranze e contro gli atti genocidari: dal Ruanda, ai Rohingya fino alla Striscia di Gaza. Nel settembre 2025, alla guida della Commissione internazionale indipendente della Nazioni Unite, ha accusato Israele di genocidio contro il popolo palestinese. Non lo ha gradito il presidente israeliano Netanyahu, allora come oggi, a poche settimane dal voto; non lo ha gradito il presidente Usa Trump, che ha minacciato la Commissione penale internazionale (Cpi) di ritorsioni economiche-finanziarie tali da paralizzarla. In precedenza lo stesso, che non riconosce il Tribunale internazionale dell’Onu, aveva caldamente invitato gli stati aderenti alla Nato ad abbandonarlo come gli Stati Uniti hanno già fatto. Le accuse a Pillay sono di essere anti israeliana e anti americana ma, al di là dei commenti – che cambiano a seconda della prospettiva di chi li esprime – è la vita di Navi Pillay a definirne valore e capacità.
La sua è una storia esemplare e per niente facile: è nata nella periferia di Durban, cittadina portuale sudafricana, quinta di otto figli nati da un matrimonio combinato in una famiglia di indiani, lì immigrati per raccogliere canna da zucchero. A scuola è brava tanto che, pur di farla studiare, la comunità indiana locale si autotassa fino a mandarla all’università. Il percorso non è stato per lei né facile né lineare: nata nel 1941 ha vissuto gli anni dell’apartheid, soffrendoli come persona e come studentessa. Le scuole erano allora a doppio binario: quelle per i bianchi e quelle per i non bianchi, così la giovane studentessa di grande talento e scarse risorse, ma non bianca, dovette allontanarsi dalla sua città per poter studiare là dove le era permesso. I disagi non furono pochi: come il libro condiviso con una ventina di studenti, perché anche la biblioteca non dava libri a prestito ai non bianchi. Un piccolo aneddoto lungo una strada irta di difficoltà che tuttavia Navi Pillay non hai abbandonato, riuscendo anzi a collezionare una serie di primati.
È stata la prima non bianca sudafricana ad ottenere un dottorato in scienze giuridiche presso la Harvard Law School (la più antica scuola di diritto degli Usa). Nel 1967, è stata poi una delle tre donne avvocato non bianche ad aprire un proprio studio legale nella provincia di Natal in Sudafrica ma, come ha dichiarato la stessa: perché “nessuno studio legale mi avrebbe assunto e nessun bianco di grado inferiore avrebbe potuto prendere ordini da un avvocato non bianco”. Non erano finite le limitazioni: come avvocato non bianco non le era neppure consentito entrare nell’ufficio di un giudice.
Sposato l’avvocato Anthony Pillay, dal quale prende il nome, condivide con lui – che fu pure imprigionato – le battaglie anti-apartheid e la difesa degli attivisti. Nel 1995 il presidente Mandela la nomina nell’Alta Corte del Sud Africa, prima donna non bianca a rivestire tale ruolo. Dopo poco l’Assemblea delle Nazioni Unite la nomina giudice al Tribunale penale internazionale per il Ruanda (1999-2003), unica giudice donna presente. Navi Pillay riesce a stabilire che lo stupro è uno degli atti con cui si mette in atto un genocidio. Col suo impegno ha fatto sì che quello che era considerato un bottino di guerra (la violenza sessuale su una donna) diventasse un crimine di guerra.
Dal 2003 al 2008 è stata nominata a prestare servizio alla Corte penale internazionale. Tra i casi affrontati: la condanna di Thomas Lubanga Dyuilo, colui che arruolava nelle milizie della Repubblica Democratica del Congo ragazzini non ancora quindicenni.
Dal 2008 al 2014 ha prestato servizio all’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani, occupandosi delle atrocità commesse dal governo dello Sri Lanka contro i civili Tamil; della Siria e delle sue inconsiderate 190mila vittime; dei diritti degli omossessuali. Nel 2014 si pronuncia sia contro Hamas che contro Israele, ugualmente colpevoli d’aver violato il diritto internazionale. Nel 2019 denuncia il il Myanmar d’aver violato la Convenzione sul genocidio riguardo i Rohingya.
Dal 2021 al 2025 è stata nominata presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente (istituita dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite) per occuparsi del territorio palestinese occupato. Nel giugno 2024 ha condannato tanto Hamas quanto Israele di crimini di guerra e crimini contro l’umanità; a settembre 2025 è arrivata la sentenza di atti genocidari commessi da Israele nella Striscia contro la popolazione palestinese.
Ora, al di là del polverone delle polemiche – sollevate tutte dal fronte degli imputati – questa nomina ribadisce due principi che il mondo dovrebbe avere in gran considerazione senza distrazioni. Primo: che una Commissione delle Nazioni Unite contro i crimini verso l’umanità esiste, indaga e si pronuncia. Purtroppo questo non sempre ferma le armi né i poteri che le azionano, ma il diritto c’è e viene esercitato. Secondo: che mentre il mondo arretra tornando all’uso della forza, è quanto mai necessario che il diritto continui la sua strada, in libertà e trasparenza, quale unica sponda a disuguaglianze, ingiustizie e soprusi che purtroppo non hanno fine né contro le persone né contro le nazioni.

(*) direttrice de “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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