Dopo Sydney, anche Londra vieterà l’uso dei social media ai minori di 16 anni. Il premier britannico Keir Starmer ha annunciato l’imminente divieto durante una conferenza stampa a Downing Street, seguendo così l’esempio dell’Australia, che ha imposto il limite di accesso a siti come TikTok, Instagram, Threads, Facebook, X, YouTube, Snapchat e Reddit. Stando però alle prime informazioni, il divieto britannico includerà anche i chatbot basati sull’intelligenza artificiale a carattere sessuale e potrebbe impedire ai minori di chattare con sconosciuti sulle piattaforme di gioco. Al Sir, Beatrice Toro, psicologa, psicoterapeuta e direttore didattico della Scuola di specializzazione in psicoterapia Scint (aut. Miur 2008), spiega come l’abuso dei social vada affrontato come un tema di salute pubblica, non solo educativo e non solo per i giovani.
Dottoressa, cosa succede al cervello di un under 16 esposto alle dinamiche di “ricompensa continua” su cui si dice si basino i social?
Il cervello degli under 16 è particolarmente sensibile alla gratificazione e alla sua assenza, reagendo alla noia attraverso i meccanismi tipici dei social network. Queste piattaforme agganciano la mente in formazione a uno schema di rinforzo variabile, simile a quello di una slot machine, dove l’imprevedibilità di un like o di un commento mantiene i circuiti neurali dei ragazzi in uno stato di costante ricerca e attesa. Questo processo ha un costo elevato: lavorando a regime massimo, il meccanismo ostacola la consapevolezza e la maturazione biologica, la quale si completa solitamente attorno ai 25 anni, alimentando invece l’impulsività generale.
Perché, secondo lei, i 16 anni rappresentano una linea di demarcazione corretta rispetto ai 13 o 14 anni previsti fino ad oggi? Quali strumenti emotivi matura un adolescente a 16 anni che prima non possiede?
Spostare legalmente la soglia d’età a 16 anni risponde al fatto che, mentre a 13 o 14 anni i genitori mantengono ancora un certo controllo, a 16 un intervento normativo offre un aiuto concreto. Questo supporto permette di stabilire un confine chiaro, di fare cultura e di proteggere un’età vulnerabile in cui ci si sente già adulti, ma non si possiede ancora la maturità anagrafica per un uso costante dei social. D’altronde, la dipendenza digitale è ormai un tema critico anche per gli adulti, costantemente esposti a contenuti aggressivi, seduttivi o banali che sottraggono equilibrio alle relazioni reali.
Ritiene che questo divieto possa davvero, per citare Starmer, “restituire l’infanzia e l’adolescenza ai ragazzi”, o rischia di isolarli in un mondo che ormai si muove sul digitale?
Sostituirsi alla fatica di costruire un rapporto autentico solleva il dubbio se i social rispondano ai reali bisogni evolutivi dei giovani. Una limitazione, al contrario, restituisce loro elementi fondamentali come la noia e la necessità di creare legami veri, contrastando il confronto tossico basato sulle sole immagini di felicità parziale mostrate online. L’introduzione di un divieto impone di offrire alternative serie e credibili, come spazi di aggregazione e un dialogo familiare autentico. Spesso l’adolescente rappresenta una presenza scomoda e il suo isolamento in camera con lo smartphone, pur tra le lamentele dei genitori, funge da cuscinetto per evitare conflitti, lasciando però il ragazzo abbandonato a se stesso.
Vietare categoricamente i social non rischia di renderli ancora più desiderabili, spingendo i ragazzi a trovare stratagemmi tecnici per aggirare il blocco?
Sebbene esista il fascino del proibito e i dati confermino che molti minorenni possiedano account segreti, porre un limite legale resta una presa di posizione fondamentale. La legge legittima socialmente i genitori che scelgono di non concedere l’uso costante dei social, alleggerendo il peso di essere l’unico argine educativo e disinnescando i conflitti familiari, fermo restando che la responsabilità educativa non può essere delegata interamente alla norma e richiede sempre l’esempio e la disponibilità a esserci.
Come dovrebbero comportarsi i genitori italiani se, guardando al modello UK o a quello australiano, volessero anticipare il divieto? Come si gestisce la frustrazione di un figlio adolescente a cui viene tolto lo smartphone?
I genitori italiani desiderano educare affettivamente i propri figli per renderli adulti responsabili e felici, e per farlo oggi serve coraggio. Questo non significa sottrarre il telefono di mano a un sedicenne scatenando reazioni aggressive, data la sua limitata capacità di autocontrollo, ma affrontare la questione a freddo, dialogando e stabilendo regole chiare all’interno delle mura domestiche. La tendenza a trasgredire fa parte della natura adolescenziale, ma la presa di posizione della famiglia resta imprescindibile.
Anche nel nostro Paese si discute spesso di alzare l’età minima per l’accesso ai social o di introdurre limitazioni. Ritiene che l’Italia debba seguire l’esempio britannico?
Rispetto all’adozione di un modello rigido come quello britannico, la cultura mediterranea predilige il dialogo, la condivisione e la dimensione di comunità, mostrando una naturale diffidenza verso l’imposizione di norme prive di spiegazioni. Sarebbe quindi auspicabile un disegno normativo differente, che preveda maggiori responsabilità da parte dei fornitori delle piattaforme e un serio lavoro culturale pervasivo. Così come si è riusciti a scardinare il fascino del fumo e si sta diffondendo una maggiore consapevolezza sui danni dell’alcol, anche l’abuso dei social va affrontato come un tema di salute pubblica e non solo educativo. Come evidenziato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalle associazioni internazionali di pediatria, i danni derivanti dall’essere costantemente imprigionati in meccanismi di gratificazione istantanea sono concreti: l’introduzione di norme è importante, ma lo sviluppo di una piena consapevolezza sanitaria rimane l’alleato più efficace.

