Alla vigilia di YouTopic Fest (4-7 giugno), Franco Vaccari, fondatore di Rondine Cittadella della pace – realtà educativa impegnata da oltre 30 anni nella trasformazione dei conflitti – riflette sul tema dell’edizione 2026, “Inquietudine – Come custodire la scintilla dell’umano?”.
Foto Calvarese/SIR
In sintonia con le parole di Papa Leone XIV alla Sapienza, sottolinea il valore positivo dell’inquietudine come forza generativa, capace di trasformare il conflitto in occasione di crescita. Al centro del festival, il dialogo tra giovani da contesti di guerra, la sfida alle polarizzazioni e l’impegno a costruire relazioni di pace anche nei contesti più feriti.
Il tema di YouTopic Fest di quest’anno è “Inquietudine – Come custodire la scintilla dell’umano?”. Di inquietudine ha parlato anche Leone XIV, durante la recente visita alla Sapienza…
Fin dal primo momento in cui si è affacciato al balcone, abbiamo percepito una profonda consonanza con Papa Leone XIV. Quando ha parlato di ‘pace disarmata e disarmante’, abbiamo sentito una sintonia immediata con il nostro percorso: il nostro festival si definisce da anni ‘disarmante’. Anche il tema dell’inquietudine, che avevamo scelto da tempo, risuona fortemente con la sua formazione agostiniana. Alla Sapienza il Papa ha restituito a questa parola il suo valore positivo: spesso infatti l’inquietudine viene confusa con ansia o angoscia. In realtà,
senza inquietudine non si arriva alla pace, ma solo alla rassegnazione o all’indifferenza.
In che modo, nell’esperienza di Rondine, l’inquietudine può diventare una forza generativa e non distruttiva?
Chi viene a Rondine da 30 anni è, in fondo, una persona inquieta, anche se magari non usa questa parola. È qualcuno che non si arrende, che non accetta la guerra e la violenza come ultima parola. Quella può essere, purtroppo, la penultima. L’ultima è la pace, e la si trova solo restando inquieti. In 30 anni abbiamo imparato che conflitto non è guerra, così come inquietudine non è angoscia.
Il conflitto è parte della vita, è la dimensione stessa dell’essere inquieti. Conflitto e inquietudine si illuminano a vicenda.
Abbiamo imparato anche, grazie a Liliana Segre, che la vera malattia è l’indifferenza: quando tutto sembra tranquillo, in realtà siamo anestetizzati, e da lì può nascere la guerra.
(Foto Rondine)
Il Festival promuove il dialogo tra giovani provenienti da contesti di guerra. Che cosa insegna oggi questa esperienza?
Ci insegna a non relegare nell’utopia ciò che è possibile. Spesso, per comodità o rassegnazione, definiamo “utopico” ciò che invece è praticabile. Questo atteggiamento va superato.
Tra gli ospiti ci sono voci provenienti da fronti opposti. Quanto è difficile oggi costruire spazi di dialogo autentico?
È più difficile, ma anche più necessario. Le polarizzazioni e le radicalizzazioni, alimentate anche dal mondo digitale, rendono complicato creare spazi di confronto. Prevale spesso una logica di contrapposizione, dell’“io contro il tu”. Il vero salto è arrivare al “noi”, che è sempre un terzo spazio da costruire insieme”.
Uno dei format di You Topic è l’“Angolo del conflitto”. Perché è importante raccontare anche i conflitti interiori?
Perché bisogna smascherare l’illusione di una società fatta di persone sempre performanti, serene e vincenti. Ogni traguardo passa attraverso un conflitto. Il punto è attraversarlo senza esserne distrutti, trasformandolo in occasione di crescita. Lo vedremo anche con gli atleti paralimpici, che saranno il 4 giugno all’apertura del Festival, e con tante testimonianze: il conflitto può essere un passaggio decisivo nella vita. Sport e impegno civile diventano strumenti concreti per superare limiti e abbattere barriere.
Che ruolo hanno i linguaggi artistici nel raccontare e trasformare il conflitto?
Un ruolo enorme. L’artista è per definizione inquieto, vive nel conflitto e lo trasforma in visione. L’arte non si accontenta del presente: lo mette in discussione, apre al futuro, aiuta a immaginare.
Al festival ci saranno artisti molto noti e altri meno, ma ugualmente significativi. Chi parteciperà resterà colpito dalla loro forza espressiva.
Dai workshop emergono strumenti concreti: quali competenze dovrebbe acquisire oggi un giovane per imparare a gestire il conflitto?
Offriamo esperienze brevi ma significative. L’obiettivo è che chi partecipa torni a casa con una consapevolezza nuova: non bisogna avere paura del conflitto. Da lì può nascere quella sana inquietudine che apre alla crescita.
Rondine, VI YouTopic Fest (Archivio Foto Rondine)
Cosa può offrire l’esperienza internazionale di Rondine all’Europa e al Mediterraneo?
Stiamo costruendo reti importanti nel Mediterraneo, tra le due sponde, coinvolgendo realtà come Caritas Internationalis. Già dalle Primavere arabe abbiamo avviato relazioni che oggi continuano a crescere. Facciamo anche “advocacy”, ma quando arriviamo nelle sedi politiche lo facciamo portando esperienze concrete, relazioni vere. Questo dà forza e credibilità al nostro contributo.
Uno sguardo, infine, al Medio Oriente: come leggere la situazione attuale?
Siamo dentro una tragedia che pochi anni fa sarebbe stata impensabile. Oggi è fondamentale custodire le relazioni costruite prima del 7 ottobre, perché in questo momento è difficile crearne di nuove. È necessario fermare questa barbarie. Purtroppo, le due leadership, israeliana e palestinese, non hanno voluto bene ai propri popoli. Credo però che la pace sia come l’erba: anche quando viene coperta dal catrame, dall’asfalto, prima o poi ricresce. Oggi viviamo un tempo buio, ma esistono, sia nella società israeliana sia in quella palestinese, persone che non si arrendono. Sono loro quei “fili d’erba” che dobbiamo custodire e sostenere.

