C’è un uomo, nelle Forze Armate, che non spara, e per questo è indispensabile.
Non ha gradi che comandano, non ha armi. Indossa la stessa mimetica, le stesse stellette. Ma sull’uniforme porta una piccola croce. È il cappellano militare. Definirlo per assioma è difficile, perché è una figura di confine. Se provassimo a chiuderlo in una frase, potrebbe essere questa: è l’unico soldato a cui è ordinato di non avere nemici. Il suo giuramento non è doppio, è uno solo che ne contiene due. Ha giurato fedeltà a Dio come ogni sacerdote, alla Patria come ogni militare, ma li tiene insieme proprio dove sembrano contraddirsi: nel luogo dove l’uomo è chiamato a dare tutto, anche la vita. A volte per ideologia, qualcuno pensa che benedica le armi. È un errore antico. Il Cappellano non benedice mai un’arma. Benedice il cuore che ha paura, la coscienza che dovrà fare i conti con ciò che ha visto. Non assolve la guerra. Assiste l’uomo in guerra. Un giorno, un pacifista francese rivolgendosi a padre Yannik Lallemand, per oltre vent’anni leggendario cappellano militare della Legione Straniera (tuttora vivente), disse “Ecco uno che benedice le armi”; padre Lallemand replicò:”Io non benedico le armi: benedico chi porta le armi per difendere chi non le ha, da chi le porta contro costoro per offenderli”. Lo si trova dove nessun altro vuole stare per troppo tempo. Non solo a Mogadiscio o in Libano, nelle missioni che i giornali ricordano. Lo si trova molto più vicino, e molto più silenziosamente: in caserma, anche di notte, quando un giovane allievo vuole andarsene, nell’ospedale militare davanti a una famiglia a cui bisogna dire l’indicibile, al funerale di Stato, dove risalta il tricolore della bandiera, lui guarda la vedova con i suoi figli. In un’epoca che allontana il sacro dalla sfera pubblica, il cappellano è uno “scandalo utile”. Ricorda a un’istituzione fondata sulla forza che esiste una forza più grande, che è la coscienza. Ricorda a una società secolarizzata che il bisogno di senso non si congeda con il congedo. Un soldato può essere ateo, musulmano o indifferente. Il cappellano sarà lì lo stesso. La Chiesa Cattolica lo invia per tutti, non solo per i cattolici. È il parroco di chi non ha una parrocchia corrispondente a un numero civico. Forse è per questo che i soldati, anche i più lontani dalla fede, lo chiamano semplicemente “Don”. Perché in un mondo di sigle, acronimi e procedure, lui è rimasto una persona: non un servizio di supporto morale. Una persona. “Toglietelo, per un esperimento, togliete quella figura senza fucile dai nostri ranghi: non avrete un esercito più laico, ma avrete un esercito più solo”, soleva dire un noto ufficiale medico del Celio. E un Paese che lascia soli i suoi soldati, ha già perso la sua battaglia più importante; una Chiesa che dovesse trascurare qualsiasi schiera di operatori di pace, risulterebbe claudicante nella sua stessa maternità. “Poi io udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. E io risposi: “Eccomi, manda me!” (Is. 6,8).
L’anima che veglia dove il dovere non dorme mai
Scritto il 06/11/2026
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