Leone XIV arriverà in Uruguay venerdì 6 novembre, prima tappa del viaggio apostolico che fino al 17 novembre lo porterà anche in Argentina e in Perù. Un Papa torna nel Paese trentotto anni dopo l’ultima visita di Giovanni Paolo II, nel 1988. Sabato 7, alle 18, a Montevideo, Leone XIV incontrerà il mondo dell’educazione all’Università Cattolica dell’Uruguay, fondata nel 1985 e affidata alla Compagnia di Gesù, in uno dei Paesi più secolarizzati dell’America Latina. In vista della visita il Sir ha intervistato il rettore, padre Julio Fernández Techera, gesuita, storico di formazione e dottore in Filosofia e Scienze dell’educazione, alla guida dell’ateneo dal 2016. Nel settembre 2025 Leone XIV lo ha ricevuto in Vaticano per i quarant’anni dell’università.
Padre Fernández Techera, che cosa significa oggi educare i giovani in Uruguay, in una società fortemente secolarizzata e molto diversa da quella di alcuni decenni fa?
Credo che la cosa più diversa rispetto ad alcuni decenni fa sia che oggi ai giovani non viene consegnato quasi niente. Nell’Uruguay dei loro nonni era normale ereditare una professione, un’appartenenza religiosa o politica, un quartiere e un modo di vivere. Loro devono decidere quasi tutto: che cosa studiare, in che cosa credere, come vivere, con chi impegnarsi. Questa libertà è un bene, ma è anche un peso, e l’educazione deve aiutarli a portarlo. Per me questo significa due cose. La prima: accompagnarli mentre decidono e aiutarli a farsi carico di ciò che scelgono. La seconda: insegnare loro a convivere con chi ha scelto diversamente. In una stessa classe ci sono credenti, agnostici, persone di altre religioni e molti che ancora non sanno che cosa pensano. Questa diversità è un’occasione per imparare qualcosa di cui la società ha molto bisogno: spiegare ciò che si pensa senza aggredire e ascoltare davvero chi la pensa diversamente. Un’università cattolica può farlo bene proprio perché ha convinzioni proprie e non ha bisogno di nasconderle.
Quali sono le domande, le fragilità e le attese che incontra più spesso tra gli studenti universitari? Che cosa cercano oggi i giovani all’università, oltre a una formazione professionale?
La domanda che percepisco di più, anche se quasi mai viene formulata così, è: “E se sbaglio?”. Molti arrivano a diciotto anni con la sensazione che il corso di studi che scelgono definisca la loro vita per sempre, e questa pressione pesa. Una parte del nostro lavoro è alleggerirla. Sbagliare corso di studi, cambiare strada o scoprire a metà percorso una vocazione diversa non è un fallimento: fa parte dell’imparare. Ed è bene che vedano adulti che correggono le proprie decisioni con naturalezza. Al di là del titolo di studio, vogliono che si affidi loro qualcosa di reale: un progetto che abbia delle conseguenze, una responsabilità nella vita dell’università, un problema concreto di un’organizzazione. Rispondono molto bene a questa fiducia. E colgono subito la distanza tra quello che un’istituzione dice e quello che fa. Questa esigenza di coerenza, che a volte viene scambiata per sfiducia, mi sembra una delle loro virtù più grandi.
Che ruolo può svolgere un’università cattolica in un contesto in cui la dimensione religiosa ha una presenza minore nella vita pubblica e tra le nuove generazioni?
Da storico, mi piace ricordare che l’università è nata, in buona parte, in ambienti ecclesiastici dell’Europa medievale. A Parigi, per esempio, la teologia si insegnava accanto al diritto, alla medicina e alle arti. Un’università cattolica, quindi, non è una stranezza nel mondo universitario: appartiene alla sua tradizione più antica. Oggi vedo il suo ruolo come quello di un ponte che si percorre nei due sensi. Verso la società, offre una tradizione intellettuale di molti secoli che può dialogare con chiunque: la dottrina sociale sul lavoro e sull’economia, o la riflessione etica sull’inizio e sulla fine della vita, per esempio. Verso la Chiesa, porta le domande poste dalla scienza, dalla tecnologia e dalla cultura contemporanea, e contribuisce a far sì che la Chiesa le pensi con serietà. C’è anche qualcosa di molto concreto. Per molti giovani che non sono cresciuti in un ambiente religioso, l’università è il primo luogo in cui conoscono la Chiesa da vicino, e la conoscono attraverso persone che lavorano con loro tutti i giorni. È una grande responsabilità, e la assumiamo con gioia.
L’intelligenza artificiale, i nuovi linguaggi digitali e le trasformazioni del mondo del lavoro stanno cambiando rapidamente l’educazione. Quale ritiene che sarà la sfida principale per l’università nei prossimi anni?
Credo che la sfida principale non sarà tecnologica, ma di responsabilità. Quando produrre un testo, un progetto, una relazione o una diagnosi costa pochissimo, ciò che ha valore non è più produrlo, ma poterne rispondere. Chi lo firma? Chi ci mette la faccia davanti al paziente, al cliente o al cittadino se qualcosa va storto? L’università dovrà formare persone che si sentano autrici del proprio lavoro, anche se usano tutti gli strumenti a disposizione, e che non deleghino questa responsabilità a una macchina. C’è una seconda sfida, che ha a che fare con la fiducia. Quando abbondano i contenuti verosimili, la conoscenza verificata diventa scarsa e, proprio per questo, più preziosa. La ricerca seria, con metodi rigorosi e revisione tra pari, è una delle migliori difese che una società abbia contro la confusione. Noi università dovremo custodirla e spiegare meglio perché conta: non è un lusso accademico; la società ne ha bisogno.
Leone XIV incontrerà proprio all’Università Cattolica dell’Uruguay il mondo dell’educazione. Che significato assume questa visita per l’università e, più in generale, per i giovani e per il sistema educativo uruguaiano?
All’università la aspettiamo con grande entusiasmo, e la stiamo preparando come una responsabilità condivisa. Una visita così non la organizza un rettore né una squadra: la organizza un’intera comunità, da chi allestisce gli spazi agli studenti che partecipano. Questo lavoro comune è già un frutto. Ai giovani, credo, parlerà soprattutto la biografia stessa di Leone XIV. Si è laureato in matematica e poi ha scelto la vita religiosa; ha vissuto molti anni in Perù, prima come missionario e poi come vescovo. Il suo percorso mostra che si può cambiare strada senza perdere il filo, e che la scienza, la fede e il servizio agli altri non sono cammini contrapposti. Per il mondo educativo c’è anche un dettaglio che mi sembra significativo: un Papa agostiniano visita un’università affidata ai gesuiti. Sant’Agostino fu professore di retorica prima di diventare vescovo e dedicò un intero dialogo a chiedersi che cosa significhi insegnare. Speriamo che la visita lasci questa stessa domanda a tutti gli educatori uruguaiani, dalla scuola all’università, credenti o no, e ci incoraggi a porcela più spesso.

