Non tutto il mondo, per fortuna, è coinvolto nelle guerre. Aree di rilevantissimo peso economico (l’India ad esempio, il Paese più popoloso al mondo con 1,5 miliardi di abitanti) ne stanno ben fuori. Tutti investono però in armamenti e nelle tecnologie di difesa/attacco: dai costosi satelliti ai diffusissimi droni e alcuni anche nel nucleare militare. Si può osservare che, come è accaduto quasi sempre nella storia recente, le industrie del 21esimo secolo accompagnano e non frenano le tensioni internazionali. Non solo negli Usa, Russia, Israele, Iran e già non sarebbe poco. Ovunque affluiscono fondi pubblici e privati, si sottraggono risorse pubbliche che andrebbero a beneficio di produzioni non belliche, commerci e miglioramento delle condizioni di vita. L’ambiente passa in secondo piano.
La guerra, vera o temuta, prende tutto. E’ entrata nel quotidiano dei politici e dei popoli, con l’aumento delle spese militari per la Nato, gonfiando i debiti pubblici, si chiede la pace senza però farsi trovare impreparati dagli sviluppi negativi. Gli elettori sbandano, non ovunque si può votare liberamente. Le economie rallentano e tutti i principali centri di ricerca riducono le stime di crescita globale, misurata dal Pil (il valore dei beni e servizi prodotti in un anno), segnalano la frenata: per l’Ocse (l’organizzazione dei 38 Paesi maggiormente industrializzati) il 2026 si chiuderà con un+2,8% globale che scenderà al 2,1% se la guerra in Medioriente dovesse continuare fino al 2027. Frenata prevista anche dal Fondo Monetario Internazionale (3%). In Europa guerra alle porte e caro-petrolio ridurranno la crescita 2026 sotto l’1%. Ci sono seri rischi di recessione economica. La ripresa sarebbe invece forte senza combattimenti, morte, distruzioni. Con le diplomazie impegnate in percorsi di pacificazione territoriale.
Ma ci sono ambienti economici in grado di far deviare il flusso di investimenti da armamenti e tecnologie di guerra verso altro? Non certo la finanza abituata a cercare profitti in uno scenario ma anche nel suo opposto. Al netto di qualche temporaneo scossone, le Borse intercettano e gestiscono il denaro che non ha fissato paletti etici.
Pesa, e molto, il conflitto nel Golfo Persico con l’aumento dei prezzi del petrolio che si trasferisce all’inflazione dei Paesi maggiormente dipendenti da quei Paesi produttori. Salirà al 3,1% in media d’anno quella nazionale misurata dalla Banca d’Italia. Se armamenti e tecnologie collegate prendono tutti gli investimenti, il caro-carburante riduce le risorse disponibili per altri consumi. Le banche centrali sono costrette ad alzare i tassi di interesse (la Bce lo ha fatto in Europa a giugno e probabilmente replicherà a settembre), per imprese e cittadini costa di più ampliare le attività o indebitarsi per una casa e per cambiare gli elettrodomestici. Le aziende non belliche sono penalizzate dagli scenari di guerra. Le esportazioni sono disturbate dai dazi ma si sono difese cambiando i mercati di sbocco. Così il turismo. Troppo poco. Prevale l’economia di guerra/difesa ed è logico che alcune aziende trovino in quel settore aree di espansione.
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