Il 24 settembre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato per acclamazione una dichiarazione politica sull’innalzamento del livello del mare, chiedendo più cooperazione internazionale, migliori dati, sistemi di allerta, valutazioni del rischio e pianificazione di lungo periodo. La Wmo ricorda che alla fine del 2025 il livello medio globale era circa 11 centimetri sopra quello del gennaio 1993. La Wmo avverte che, senza interventi significativi di adattamento e mitigazione, i rischi per città e comunità costiere potrebbero aumentare almeno di 10 volte entro il 2100. Circa 770 milioni di persone, quasi una persona su 10 nel mondo, vivono a meno di 5 metri sopra la linea dell’alta marea. L’aumento del livello medio rende più frequenti gli eventi estremi, quando mareggiate e piogge intense si sommano a condizioni già elevate del mare. In Europa il problema riguarda circa 200 milioni di persone che vivono nella fascia costiera. L’Agenzia europea dell’ambiente segnala che un aumento del livello marino di 10 centimetri può moltiplicare di circa 10 volte la frequenza con cui si raggiungono determinate quote estreme di acqua. In molte località europee, senza ulteriori protezioni, la frequenza delle alluvioni costiere estreme storicamente associate a un evento su 100 anni potrebbe quindi aumentare di 10 volte già prima del 2050. L’Italia presenta una vulnerabilità particolare. Il Rapporto SDGs 2025 dell’Istat, sulla base di scenari scientifici, indica che entro il 2100 il livello del mare potrebbe aumentare di circa un metro e che l’effetto può essere localmente triplicato dalla subsidenza, cioè dall’abbassamento del suolo. Per le principali piane costiere italiane gli scenari considerati stimano una potenziale sommersione di circa 10.000 km² lungo oltre 1.600 chilometri di costa. È uno scenario, non una previsione certa di territori che verranno sommersi: il dato serve a misurare la vulnerabilità e a orientare la pianificazione. Un esempio è l’area di Fiumicino, dove le mappe Istat mostrano possibili scenari di inondazione che interessano Focene, Fregene, Isola Sacra e Ostia. Qui il problema del mare che sale si intreccia con quello dell’assetto del territorio. La subsidenza può infatti amplificare localmente gli effetti dell’innalzamento globale, mentre erosione, urbanizzazione, opere portuali e modifiche del trasporto dei sedimenti contribuiscono alla fragilità delle coste. Anche l’erosione racconta una situazione complessa. Secondo Ispra, tra il 2006 e il 2020 oltre 1.890 chilometri di spiagge italiane hanno registrato variazioni della linea di riva superiori a cinque metri: 934 chilometri in erosione e 965 in avanzamento. L’istituto segnala una lieve inversione di tendenza, probabilmente legata anche a ripascimenti e opere di protezione. La risposta, dunque, non può essere una sola. L’Onu indica osservazione scientifica, satelliti e mareografi, sistemi di allerta precoce, valutazioni del rischio, pianificazione territoriale e infrastrutture resilienti. Ma l’adattamento ha un costo enorme. Secondo le Nazioni Unite, i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno di 310-365 miliardi di dollari l’anno entro il 2035 per l’adattamento, mentre i flussi pubblici internazionali destinati a questo scopo sono stati di 26 miliardi nel 2023: un fabbisogno da 12 a 14 volte superiore alle risorse disponibili. L’Italia offre però anche un esempio di come la conoscenza possa tradursi in decisioni operative. A Venezia, il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici ha sviluppato un nuovo sistema di previsione delle mareggiate capace di simulare in anticipo diverse strategie di funzionamento del MoSE. Nel caso studiato, l’attivazione delle barriere può ridurre il livello dell’acqua in laguna fino a circa un metro rispetto allo scenario senza protezione; anche configurazioni parziali possono attenuare e ritardare i picchi. Il mare che sale non è più soltanto una questione climatica lontana: riguarda case, porti, strade, attività economiche, agricoltura, patrimonio culturale e sicurezza delle persone. La domanda che la nuova dichiarazione Onu consegna ai governi non è più se il livello del mare aumenterà, ma quanto rapidamente le comunità costiere riusciranno ad adattarsi e con quali risorse. Per l’Italia, dove l’innalzamento globale può sommarsi alla subsidenza e alla fragilità di molte pianure costiere, la partita è già cominciata.
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Scritto il 26/09/2026
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