Una vita accanto a don Camillo. I ricordi di una lunga amicizia

Scritto il 17/06/2026
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Cene del sabato sera con i cappelletti fumanti, battaglie scolastiche nella Reggio Emilia degli anni Settanta, un sinodo diocesano che rischiava di sfuggire di mano, e la celebre risposta di Giovanni Paolo II all’aeroporto: “Serve anche a Roma!”. Paola e Zeno Davoli, amici storici del cardinale Camillo Ruini sin dagli anni della sua presenza reggiana, tracciano un ritratto intimo e vivace del porporato: il teologo lucido capace di formare una generazione di giovani, il consigliere prezioso di mons. Baroni, il pastore che non si scomponeva mai anche nelle situazioni più tempestose.

Paola:
Eravamo giovani sposi e cominciavano a nascere i primi figli. Ogni sabato sera invitavamo a cena Don Camillo e alcuni altri amici per “fare il punto della situazione”, per capire come contribuire alla crescita della Chiesa reggiana. Don Camillo veniva volentieri perché non gli preparavo mai il riso che, a suo dire, mangiava sempre in seminario! Così, in quelle cene, il profumo dei cappelletti si univa al sapore dei problemi della Chiesa e della società: non erano mai serate inutili o vuote, fatte di pettegolezzi e aneddoti, ma momenti di profonda riflessione nei quali il suo pensiero lucido e competente ci lasciava ogni volta arricchiti e desiderosi di agire per il bene della Chiesa. Era l’epoca in cui Don Camillo aveva dato vita al “Centro Giovanni XXIII”, un centro culturale e spirituale nel cuore della città, dove i laici potevano incontrarsi non solo per momenti di riflessione e studio, ma anche di spiritualità. Nel 1974-75, all’uscita dei Decreti Delegati, Don Camillo decise di aprire il Centro anche ai giovani studenti, non senza aver prima proposto (cioè imposto!) a mio marito e a me di studiarli, per trarne il massimo beneficio per gli studenti e utilizzarli al meglio. Aveva capito subito che si trattava di un momento importante per la scuola: ci sarebbero state le elezioni e forse qualcosa avrebbe potuto cambiare rispetto alla stagnazione esistente.

Zeno:
Il mio ricordo parte da Mons. Baroni, l’allora vescovo di Reggio Emilia (1965-1989). Voleva molto bene a don Camillo. Ricordo che quando lo consacrò vescovo, e voleva assolutamente essere lui a consacrarlo, io ero in un angolo del presbiterio. Ricordo che, quando gli unse il capo, notai con stupore l’impressione di delicatezza e di affetto paterno che, in quel gesto, le sue mani suscitavano. Per questo lo voleva sempre vicino, gli chiedeva di aiutarlo nella preparazione dei testi, lo consultava in tutte le questioni diocesane, tranne – e questo prova la sua sensibilità umana – quelle economiche.

Paola:
Fra gli studenti reggiani regnava infatti incontrastata la Fgci, la cui visione della scuola della società e della cultura non collimava in alcun modo con quella cattolica. Così si mise a trascorrere ogni pomeriggio al Centro, dove giorno dopo giorno invitava a passare studenti di ogni scuola, che a loro volta portavano i compagni di classe per parlare delle loro scuole, dei loro insegnanti e dei loro compagni. Don Camillo, con quella sua capacità di intuizione unica nel suo genere, pensò di trasformare queste notizie in formazione e, dato che era missionario per formazione e per scelta pastorale, si mise ad organizzare incontri programmati a tema, per poter formare giovani preparati sui problemi essenziali del vivere comune, nella Chiesa e nello Stato.
Si rivolse così ad amici insegnanti, professori e giornalisti per affidare loro un tema che rientrasse nella sua ottica formativa da trasmettere ai ragazzi. A me arrivò una sua telefonata: “sabato dovresti tenermi una lezione agli studenti del centro Giovanni sul tema: Cosa è la democrazia”. Un argomento quasi inaffrontabile all’epoca: nella scuola reggiana il dibattito culturale e politico era largamente orientato dalle posizioni della FGCI, rendendo difficile l’emergere di proposte alternative. Ma tenni la mia lezione, e fu solo l’inizio. A quella, seguirono lezioni sulla Costituzione, sulla forma dello Stato fino al tema più impegnativo: don Camillo volle una riflessione sul Cristianesimo origine della democrazia. Fu quello il terreno nel quale mise le sue radici la realtà degli “Studenti Democratici”, un gruppo di giovani studenti formati ed entusiasti, attivi nelle scuole per diffondere il messaggio della Chiesa in opposizione a quello della Federazione dei giovani comunisti italiani. Fu con gioia, che gli SD (“essedì”, così si chiamavano a Reggio) vinsero le prime elezioni dei decreti delegati: da quel momento costituirono una realtà importante e vitale sulla scena reggiana. Ruini, che riteneva fondamentale la formazione, organizzava ogni anno campi scuola estivi di riflessione e crescita. Quei giovani studenti, divenuti oggi professionisti in ogni settore, conservano tuttora l’impronta formativa e il legame di amicizia nati in quel periodo e non hanno mai lasciato il loro “don”. Grande era l’amicizia che legava il gruppo. Ai momenti formativi si alternavano occasioni di convivialità. Ogni 16 luglio festeggiavamo la cosiddetta “festa dei tre Camilli”, in cui celebravamo in una villa di famiglia, l’onomastico del don insieme a quello di mio padre (Camillo Mescoli) e di un’autorevole figura del mondo ecclesiastico reggiano (Camillo Rossi). Un autentico momento di Chiesa, fatto di dialogo, amicizia e riflessione spirituale che nella messa celebrata da Don Camillo aveva il suo culmine e la sua ragion d’essere. Non si deve dimentica, infatti, che don Camilo era un grande evangelizzatore, un vero missionario che sentiva l’annuncio come dovere di ogni cristiano. Insieme abbiamo affrontato tante battaglie, politiche e no, ma importante fu la testimonianza data, insieme, intorno ai problemi. Una unità di intenti che non si interruppe con il trasferimento a Roma, quando diventò segretario della Cei. L’unità del cuore superava la distanza materiale e dalla “periferia”, noi tutti, gli eravamo sempre accanto.

Zeno:
Ricordo però una volta in cui mons. Baroni lo mandò allo sbaraglio. Eravamo verso la fine degli anni Settanta, sull’onda degli entusiasmi suscitati dal Concilio. Un gruppo reggiano propose di celebrare un Sinodo nella nostra diocesi. La proposta suscitò contrasti, ma, dopo un adeguato periodo di preparazione e il naturale superamento delle tensioni iniziali, il Sinodo fu aperto. Ben presto emerse tuttavia che gli orientamenti di quel gruppo erano decisamente troppo avanzati e mons. Baroni, per arginare una situazione che rischiava di sfuggire di mano, decise di inserire mons. Camillo Ruini nel direttivo del Sinodo. Si tenne una riunione ufficiale a Marola. Le polemiche erano molto forti, tanto che il giorno seguente il giornale diocesano pubblicò, con sorpresa dei lettori, una vignetta umoristica: vi si vedeva una persona immersa in un grande polverone. L’episodio contribuì ad accrescere l’agitazione, ma fu proprio in quel frangente che mons. Ruini mostrò tutta la sua lucidità. Anche allora non si scompose minimamente. Comprese immediatamente la situazione e riuscì, praticamente da solo, a tenere testa ai numerosi avversari. Inserì nel direttivo alcuni elementi fidati, tra cui il sottoscritto, e la vicenda rientrò senza scosse in un alveo più tranquillo. Mons. Baroni aveva timore che un collaboratore così prezioso gli venisse sottratto, tendeva a tenerlo accanto a sé, quasi nascosto. E quel giorno arrivò. Eravamo insieme a un camposcuola dell’Azione Cattolica – uno dei tanti impegni di mons. Ruini – e mia moglie, che ne era presidente, invitò a intervenire Dino Boffo, allora dirigente dell’ACR. Pranzammo insieme e i due, conversando, ebbero modo di conoscersi e studiarsi con attenzione. E per noi – lo dico con un sorriso – fu la fine. Ma anche l’inizio di un’unità di cuore e di fede che ha sempre saputo superare ogni distanza.

Paola:

Col passare del tempo e, soprattutto, dopo il suo trasferimento a Roma, ci fu chiaro che don Camillo poteva essere utile alla Chiesa universale. Malgrado ciò, in occasione della visita di Giovanni Paolo II a Reggio Emilia, nel giugno del 1988, salutando il Papa all’aeroporto non esitammo a chiedergli: «Ci rimandi a Reggio don Camillo, ci serve». E lui, ridendo, rispose prontamente: «Serve anche a Roma!». L’ultima riflessione la scrivo con un sorriso e la affido a un ricordo del febbraio 1966. Come al solito eravamo in casa nostra a organizzare un dibattito per il giorno successivo. Ero agli ultimi giorni della gravidanza della mia prima figlia. La riunione non finiva e io cominciai a sentire le doglie. Interrompemmo l’incontro e, mentre ci avviavamo all’ospedale, don Camillo ci salutò dicendo: «Quando il Signore verrà sulla terra, ci troverà seduti in riunione!». Mi piace pensare che ora sia lì, in riunione con le persone a lui più care che lo hanno preceduto.

Paola Mescoli e Zeno Davoli, di Reggio Emilia, hanno condiviso per tutta la vita il cammino ecclesiale di don Camillo Ruini. Giovane coppia allora, oggi genitori di quattro figli e nonni di nove nipoti, hanno fatto propria la sua visione della Chiesa e del laicato. Avvocato e toga di Platino, Paola Mescoli è stata presidente dei Giuristi Cattolici e prima donna alla guida dell’Azione Cattolica diocesana (1980-1992). Zeno Davoli, storico dell’arte e docente di liceo, ha presieduto il MEIC e la FUCI reggiani; oggi è Priore della Confraternita di San Girolamo di Reggio Emilia.

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