“Disarmata e disarmante. La pace è un dono”, raccolta degli interventi sul tema della pace di Leone XIV dall’8 maggio 2025, data della sua elezione al soglio pontificio, è un invito a seguire nei fatti le parole di Gesù risorto: quel “pace a voi” che viene non da una tranquilla vita di studi e militanza ideologica, ma da un uomo che ha conosciuto la tortura, il disprezzo, la morte. È quindi una parola-universo che giunge dalle profondità della sofferenza e dell’amore per gli uomini, dal perdono, e che sembra non essere ascoltata dai potenti dei 103 stati oggi coinvolti in conflitti. Se la guerra ha perseguitato gli uomini, è altrettanto vero che alcuni uomini hanno offerto la propria arte, nel nostro caso la musica, al servizio della pace.
Perché se vogliamo restare nella patria del Papa, e se Bob Dylan, di cui ovviamente parleremo, ha creato indimenticabili inni alla pace, dobbiamo ricordare che uno dei maestri del premio Nobel 2016, Pete Seeger, aveva ripreso in “Turn turn turn”, portato poi al successo anche dal gruppo dei Byrds, con una allora “scandalosa” elettrificazione strumentale, alcuni passi dell’Ecclesiaste, e aveva chiuso con un auspicio: “A time for peace, I swear it’s not too late!”: un tempo per la pace, e giuro che non è troppo tardi.
Poi arriverà Dylan con “Blowin’ in the wind” a chiedere ai potenti quante morti ci vorranno prima che l’uomo sappia “che troppi sono morti”, ed erano i tempi della guerra fredda, della crisi dei missili a Cuba, e, sempre agli inizi dei Sessanta, nello stesso disco, a fare quel coraggioso, così appare ancora oggi, augurio di sparire per sempre ai Signori della guerra: con versi in cui risuona la parabola evangelica del ricco cui non basteranno, al momento dell’addio alla vita, i suoi soldi per ricomprarsi l’anima.
Senza dimenticarci della speranza dei credenti esposta alla fine di una sua celebre canzone “Se Dio è dalla nostra parte/ impedirà la prossima guerra”.
Ma la canzone chiamata un tempo di protesta si è talmente diffusa nei Sessanta nel Novecento che anche in Italia ha trovato degli episodi -e delle traduzioni- purtroppo dimenticati, e che hanno a che fare con la folk song, e anche qui ritroviamo Pete Seeger: la sua celebre “Where are all the flowers gone?” (coautore Joe Hickerson, cantata anche da Joan Baez,) fu ripresa in Italia da un duo che meriterebbe una riscoperta, Tony e Nelly, vale a dire Tony Cucchiara e Nelly Fioramonti, in “Dove andranno i nostri fiori” e cantatissima nelle allora messe beat, insieme ad un’altra loro canzone che dovrebbe essere ricordata: “La strada che porta a te”. In quella canzone ci si chiede dove mai siano finiti tutti i giovani che non si incontrano più, e la risposta è che essi, partiti per la guerra, ora giacciono nelle tombe.
Ma non basterebbe questo spazio per ricordare le canzoni che hanno inneggiato alla pace in momenti difficili: compiendo una penosa scelta potremmo citare “Imagine” di John Lennon, ma anche “La guerra di Piero”, di Fabrizio De Andrè, che parla dell’umanissima esitazione di fronte alla scelta di uccidere per non essere ucciso, che costa cara al protagonista; o “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, scritta da Mauro Lusini e Franco Migliacci e portata al successo da Gianni Morandi, ma cantata anche dallo stesso Lusini, storia di un ragazzo che deve smettere di suonare e va a morire in Vietnam
Certo, è una irriguardosa selezione, che per questioni di spazio lascia fuori molti altri esempi di canzoni scritte contro la guerra, ma con la speranza, che è quella di tutti noi, che l’uomo ritorni a vivere in pace e finiscano queste insensate guerre.
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