Francesco d’Assisi, anche dopo 800 anni dalla sua Pasqua, è ritenuto un fratello universale: stimato e voluto bene da cattolici, musulmani, costruttori di pace, difensori dell’ambiente; la sua figura, unita alla città di Assisi, rimangono un punto di riferimento per molti: fedeli, cercatori di verità, amanti della bellezza, operatori di bene, prossimi nella riconciliazione.
Possiamo comprendere meglio la sua testimonianza evangelica e di vita se ne ricerchiamo la sorgente e la linfa: si tratta della grazia e dell’azione dello Spirito: esse hanno intercettato i suoi giovanili travagli interiori, uniti al gusto della pienezza; e li hanno canalizzati verso l’unica economia universale di redenzione. Dagli Scritti che di san Francesco i sono pervenuti, infatti, emerge il vero protagonista della sua ricca esperienza: Dio: “Il Signore dette a me… (Testamento)
Il Signore è, per Francesco, l’artefice di ogni bene, la fonte e l’oggetto della sua comunicazione. Di fronte ai doni di Dio egli si sente in dover di “restituire”: mettere a frutto quanto ricevuto e investire i talenti. Non farà altro che comunicare questo per tutta la vita.
Uno stato d’animo, quello di Francesco, oggi poco riscontrabile. L’attuale scenario geopolitico, infatti, non rivela – ne facciamo esperienza in tutta la sua tragicità – simili atteggiamenti, visioni di orizzonti, mete condivise per il bene comune, ricerca condivisa del progresso. Emblematico in tal senso, appare l’eloquente “discorso inaugurale” del proprio mandato governativo pronunciato dal Presidente Trump. Delle sue espressioni trapelavano promesse di maggiore ricchezza, di egemonie territoriali allargate e primati imposti su altre popolazioni, di potenza economica e politica e ricerca di nuove fonti di approvvigionamento energetico.
Non a caso, Papa Leone XIV, nel suo Messaggio per la LIX Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace, ricordava a tutte le persone di buona volontà il dono del Risorto: “Questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante”. Ed è per questo che, anche a distanza di otto secoli, la vita e le scelte di san Francesco d’Assisi interpellano ancora. Egli comunica benedizione, scuote le coscienze, indica cammini di speranza, grazie anche alla sua spogliazione in nome del Vangelo: “Che i frati di niente si approprino, e del chiedere l’elemosina e dei frati infermi” (Regola bollata, cap. VI). San Francesco ha comunicato “disarmato” e “disarmante”, esortando alla riconciliazione: “Non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono” (Lettera A un Ministro); e alla comunione. Pensiero questo ripreso dal suo omonimo Pontefice, Papa Francesco, che, nella sua storica visita ad Abu Dhabi, sottolineava quanto “questa Dichiarazione sia un invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà; sia un appello a ogni coscienza viva che ripudia la violenza aberrante e l’estremismo cieco; appello a chi ama i valori di tolleranza e di fratellanza, promossi e incoraggiati dalle religioni”.
Il Santo di Assisi ci consegna, dunque, la esigente vocazione di una comunicazione, costruttrice del bene, che nasce dal ripudio dell’egoismo e della vanagloria, dal desiderio della crescita dell’altro-da-sé; dal condiviso lavoro per la solidarietà universale e da una progettualità che privilegia il tempo rispetto allo spazio (cfr. Papa Francesco). Esiste una realtà che osa bussare con sana prepotenza nelle attuali riflessioni antropologiche: questa è la sobrietà. Francesco ce la insegna, indicandoci i suoi concreti frutti nelle relazioni redente con sé stessi, con Dio, con gli altri, con il creato (cfr. Laudato si’ 10).
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