Nel Sud del Libano esistono oggi due gruppi di villaggi praticamente isolati. Il primo comprende Rmeish, Debel e Ain Ebel. Questi centri abitati sono completamente separati dal resto del Paese: non vi si può accedere senza un permesso delle autorità israeliane e l’unico collegamento possibile avviene tramite l’Unifil. Nemmeno l’esercito libanese può raggiungere liberamente quell’area. L’altro gruppo di villaggi, dove si trova anche il nostro paese di Deir Mimas, è leggermente meno isolato. La strada è ancora percorribile, ma bisogna avvisare sia gli israeliani sia l’Unifil. Da lì fino a Marjayoun si può arrivare, ma attraverso percorsi molto lunghi, quasi un “giro del mondo”. Anche il passaggio delle merci dipende dalle autorizzazioni israeliane.
(foto Ministero della Difesa)
Ci sono combattimenti? Si registrano vittime?
Lunedì notte sono stato ospite nella base Unifil di Shama. Non ho praticamente dormito. Per tutta la notte si sono sentiti bombardamenti, spari, colpi di carro armato e di artiglieria. Ogni dieci o quindici minuti un’esplosione. Non siamo abituati a vivere in queste condizioni. Quanto alle vittime, purtroppo non si contano più. Ed è forse questo l’aspetto più terribile. Un mese fa ero passato in alcuni villaggi della zona per celebrare la messa domenicale. L’Unifil veniva a prendermi e poi mi riportava indietro. Tra questi anche il villaggio di Mansouri, vicino a una base italiana dell’Unifil. Allora molte case erano ancora in piedi, pur con evidenti segni della distruzione. Quando vi sono tornato questa settimana ho trovato uno scenario completamente diverso: quasi nessuna abitazione era rimasta in piedi. Il villaggio è stato praticamente cancellato”.
Com’è il rapporto della popolazione con il Contingente Unifil?
Molto forte. Mentre molti si domandano a cosa serva l’Unifil, la popolazione del Sud la apprezza profondamente. Musulmani e cristiani considerano questa presenza un sostegno concreto. I caschi blu rappresentano un segno tangibile della vicinanza della comunità internazionale. Se il mondo vuole dire al Libano “siamo vicini a voi”, allora lasci questa presenza sul territorio. È questo il mio appello.
La maggior parte della popolazione del Sud è ancora sfollata?
Sì. Parliamo di quasi mezzo milione di persone. Molti sono ancora lontani dalle loro case. Le tende allestite lungo la costa sono state in parte rimosse, ma non so dove siano stati trasferiti tutti gli sfollati. Alcuni continuano a vivere nelle scuole pubbliche. L’anno scolastico è iniziato, ma in condizioni molto difficili. A Tiro, per esempio, una scuola statale è ancora occupata dagli sfollati. Sono riusciti a liberare alcune aule e oggi le lezioni si svolgono su più turni, mattina e pomeriggio. È una situazione che fa soffrire. Le scuole private sono aperte perché non ospitano sfollati, ma ancora una volta a pagare il prezzo più alto sono i poveri, quelli che dipendono dalla scuola pubblica perché non possono permettersi le rette degli istituti privati. Nel frattempo, i prezzi continuano ad aumentare in modo impressionante. In alcuni casi si parla di rincari fino al 40%. Molte persone sopravvivono senza alcuna fonte di reddito.
(Foto AFP/SIR)
Senza fonti di reddito, come riescono le famiglie ad andare avanti nella vita quotidiana?
Con gli aiuti e la solidarietà. Con alcuni amici che mi hanno inviato un sostegno economico abbiamo voluto fare un piccolo gesto: offrire a cinquanta famiglie un pranzo fuori casa. Non era soltanto un modo per regalare loro qualche ora di serenità, ma anche per aiutare i piccoli chioschi e le attività locali a guadagnare qualcosa. Con circa 2.500 dollari siamo riusciti a far uscire cinquanta famiglie da casa e allo stesso tempo ad aiutare otto piccoli esercizi commerciali. Sono iniziative semplici, ma importanti.
Com’è oggi il clima tra la popolazione libanese, in particolare a Tiro?
Tanta gente è tornata in città, ma si respira un’atmosfera molto pesante. C’è grande incertezza. Gli stessi militari dell’Unifil mi riferiscono che, anche qui da noi a Tiro che siamo lontani 8 km dalla linea gialla israeliana, continuano le demolizioni e che alla popolazione non viene permesso di ricostruire. Molte famiglie non possono ricostruire le proprie case. Di conseguenza restano senza lavoro e senza prospettive.
Israele sembra voler creare una zona cuscinetto sempre più ampia.
Mi chiedo fino a dove possa arrivare una simile logica. Si può creare una fascia di sicurezza di quattro, otto o più chilometri, ma i missili hanno una gittata ben superiore ai cento chilometri. Non sono un esperto militare, ma mi domando quale sia il vero scopo di questa zona cuscinetto. Il rischio è che si voglia esercitare una pressione crescente sulla popolazione affinché esplodano tensioni interne e qualcuno si ribelli contro Hezbollah.
Questa strategia sta producendo effetti nella società libanese? Hezbollah continua ad avere consenso?
Io vedo una popolazione stanca e rassegnata. Molti ormai sembrano dire: “Imponete la soluzione che volete, noi la accetteremo”. È una frase che sento ripetere sempre più spesso. La gente non ce la fa più. Porto un esempio: vicino a Nabatieh c’è una collina chiamata Ali al-Taher. È stata bombardata per mesi. Soltanto il mese scorso si sono registrate esplosioni per oltre mille tonnellate di esplosivo, tanto da provocare una scossa sismica del 4.2 percepita nella zona. Secondo quanto riferito dallo stesso Israele, l’obiettivo era colpire 42 combattenti di Hezbollah. Mi domando: è proporzionato bombardare un’intera area per mesi per quarantadue persone? Nel frattempo, quasi mezzo milione di civili sono stati costretti ad abbandonare le proprie case.
(Foto T. Bou Merhi)
La Chiesa locale continua a restare accanto alla popolazione.
Per noi non è una scelta facoltativa: è un dovere. Questa è la nostra gente. Se mi chiamano parroco ma non ho la mia comunità, allora quel titolo perde significato. Un pastore senza il suo gregge non vale nulla. È il gregge che fa il pastore, non il contrario. E quando parlo di gregge penso a persone di ogni provenienza. Quando soffre qualcuno, musulmano o cristiano che sia, per me è un vicino. E tutto il Libano soffre con lui.
Domenica la Chiesa celebra san Francesco d’Assisi, uomo di pace e dialogo. Pochi giorni dopo ricorreranno anche i tre anni dall’inizio della guerra a Gaza. Qual è la sua speranza per il futuro?
Cerchiamo di continuare a costruire segni di speranza. Uno di questi nasce proprio dalla collaborazione con l’Unifil. Molti si chiedono a cosa serva la presenza dei caschi blu nel Sud del Libano. Eppure, insieme ai militari che purtroppo presto termineranno la loro missione, abbiamo deciso di organizzare un corso di lingua italiana presso il convento della Custodia di Terra Santa. Pensavamo di raccogliere dieci o quindici iscrizioni. Il primo giorno ne sono arrivate ventitré, persone di età diverse. I militari ci dicono: “Resisteremo fino all’ultimo e continueremo a fare la nostra parte fino all’ultimo giorno”. Anche questo è un segno di speranza. Noi non vogliamo offrire soltanto aiuti materiali. Vogliamo restituire alla gente un po’ di vita, un po’ di fiducia nel futuro. Per questo abbiamo ripreso anche le attività di animazione per i bambini di Tiro: un altro piccolo segno di speranza in tempi così duri.

