Adolescenti violenti. Fiasco: “Favorire la socialità e smontare una narrazione funerea e nichilista”

Scritto il 30/03/2026
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Un tredicenne che accoltella la professoressa di francese a Bergamo, un diciassettenne pescarese, residente a Perugia, che progettava una strage a scuola, al quale vengono contestati anche i reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa oltre che detenzione di materiale con finalità di terrorismo; due sedicenni accoltellati da un coetaneo alle giostre a Marano di Napoli. Quasi ogni giorno sono rilanciate notizie che hanno protagonisti giovanissimi per atti di violenza. Ne parliamo con il sociologo Maurizio Fiasco.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Professore, c’è un filo conduttore tra gli episodi di estrema violenza registrati a Bergamo, Perugia e Marano?

In realtà, dobbiamo distinguere i casi. L’accoltellamento a Marano riguarda l’effetto di una regressione in comportamenti gregari che cercano di far ottenere una identità all’adolescente, al minore attraverso l’esibizione di una potenza, di un volto, di un atteggiamento riguardo ai pari. È una sfida per gli educatori, è una sfida per chi amministra il territorio, è una sfida su cui bisognerebbe aprire tra tutti gli adulti che hanno un ruolo – genitori, animatori di comunità, insegnanti, parroci – una riflessione collettiva, seria, non mediatica, come avviene in alcune trasmissioni orribili e diseducative, sulla condizione di inquietudine dell’età evolutiva, quartiere per quartiere, comune per comune. Una autocoscienza collettiva su questa tendenza adolescenziale per capire come muoverci, considerando che l’allarmismo puro e semplice produce effetti boomerang, perché paralizza dal prendere una decisione adeguata, dall’assumere una responsabilità.

Per il caso di Perugia, invece, di cosa si tratta?

Questa vicenda richiede una riflessione che combina una lettura dell’inquietudine dell’adolescenza con un insieme di codici simbolici, richiami ideologici, una riproposizione di narrazioni mitologiche, superomistiche, nichiliste. In quest’uso di simboli e di progettazione stragista, nichilista, l’età tenerissima non è nuova nella storia: già a 13 anni nelle organizzazioni giovanili neofasciste si veniva coinvolti anche in atti di pedagogia della violenza estrema, i ragazzini facevano da palo, gli si davano le armi; e questo provocava in loro la percezione di un’identità, come un viatico nell’ingresso nell’età giovanile, era un modo per essere integrati nella “squadraccia” che faceva riferimento a ideologie di morte. Nel neofascismo c’è una religio mortis, che è una costante dal Novecento a oggi, da cui nasce anche la pulsione nichilista che viene poi codificata e organizzata con tutto un armamentario di simboli, di richiami ideologici, di evocazione di miti.

Come si accostano gli adolescenti a queste ideologie?

Non è un percorso spontaneo: una riserva delle ideologie di morte, delle ideologie sovversive, delle ideologie superomiste esiste e transita nei luoghi che a noi adulti sfuggono, per esempio in tutta una produzione canora che va tanto tra i giovani, queste simbologie di sopraffazione, di nichilismo vengono dette esplicitamente.

C’è un’estetizzazione di queste simbologie di morte.

Tutto ciò nel turbamento adolescenziale fornisce una strada, quantunque perversa e negativa, all’avere contezza di una identità. Il problema dell’età evolutiva e dell’adolescenza è quello del travaglio dell’identità. E in questo certamente gli accoltellamenti di Marano e il gruppo che preparava la strage hanno un trait d’union: nel senso che a Marano c’’è l’approdo di una dinamica che avviene spontaneamente, come riflesso in un clima generale di regressione. Qui c’è l’ingrediente, lo spazio di partenza che può essere anche accostato a quell’altro, ma c’è un lavoro su questo ingrediente, ed è il lavoro di una macchina ideologica che si esprime in diversi canali. Nel caso di Perugia il gruppo, le armi, le simbologie di morte, gli aspetti funerei. Questo non significa che meccanicamente l’attrazione per le simbologie di morte che può ritrovarsi in una parte degli adolescenti transiti direttamente nel formarsi di un’identità nichilista, però come sanno gli educatori è un passaggio, una forma che il turbamento adolescenziale può assumere.

Il tredicenne che ha tentato di uccidere la professoressa in quale dei due filoni rientra?

Il caso del ragazzino di tredici anni che ha provato a uccidere l’insegnante rientrerebbe in questo secondo ambiente, perché c’era un’elaborazione simbolica di tipo nichilista. È un tredicenne affascinato da un copione nichilista che nutre e soddisfa, in modo perverso, un suo forte turbamento adolescenziale e lo indirizza verso la violenza.

Come bisogna rispondere?

Bisogna che gli educatori tornino a riflettere sull’effetto micidiale che possono avere certe produzioni simboliche, narrative, con riferimento a un’estetizzazione della morte, facendo lievitare in senso nichilistico quello che è un normale e molto diffuso turbamento adolescenziale. Ci sono i cattivi maestri, è inutile che non ne nascondiamo. L’adolescente non va da solo a procurarsi queste cose, l’adolescente se le trova offerte.

C’è una macchina mitologica che riscalda i motori e si presenta davanti a questi ragazzi.

Poi c’è lo sfondo generale, quello di un imbarbarimento delle polemiche politiche, ideologiche, anche dell’intrattenimento mediatico. Oggi c’è lo spettacolo del delitto. Quando è diventata una materia di consumo la narrazione sul crimine, anche con i dettagli più orripilanti di quello che accade, cosa vogliamo? Che gli educatori colgano la salienza di quello che sta avvenendo? Che gli adulti si responsabilizzino? Sono tutti dispositivi che allontanano la coscienza e la responsabilità che ognuno di noi ha. Bisogna creare un baricentro dove una lettura responsabile e competente aiuti a fare le mosse giuste, invece che ripetere delle tautologie e dire: perché gli adolescenti compiono questi atti orribili? Perché sono immaturi. E perché sono immaturi? Perché compiono questi atti orribili. Molte delle discussioni che si fanno in pubblico e nei media televisivi hanno questa tautologia alla base. Ad esempio, di fronte a un omicidio ci si chiede: perché ha ucciso? Perché era pazzo. E perché era pazzo? Perché ha ucciso. Una volta messa a disposizione questa tautologia nessuno è responsabile di niente.

Ma cosa possiamo fare per aiutare i nostri adolescenti?

I fatti di Marano come quelli di Perugia e Bergamo sono due declinazioni di un’unica grande questione, quella della condizione dell’età evolutiva nelle nostre città, nei nostri quartieri e quindi dell’insufficienza dei processi educativi e anche della responsabilità del sistema degli adulti che non guardano le matrici di questo disagio. In questo senso si può fare molto, possono fare molto gli amministratori locali, può fare molto anche una riflessione collettiva: quante occasioni di socialità hanno oggi i ragazzi? Perché se in un contesto c’è il quartiere, l’oratorio, il giardino, la squadretta di calcio, i rapporti di vicinato, il dialogo o anche la polemica tra generazioni, c’è la strada, la piazza, queste violenze vengono già naturalmente contenute. Se invece il ragazzo vive in isolamento dentro casa, sta a guardare tutta una serie di spettacoli, ha una ridotta socialità, una compressione delle energie fisiologiche e energie vitali degli adolescenti, senza poterle esprimere in una partita di calcio o in un torneo, quando c’è una grande barriera tra i maschietti e le femminucce, che non permette di far nascere l’amicizia e la condivisione di pomeriggi amicali, la compressione della socialità va ad alimentare anche la forza di attrazione di comportamenti bullistici o gregari. Chiaramente, nel caso delle narrazioni mitologiche, superomistiche, nichiliste la questione è più delicata.

In questo caso cosa si dovrebbe fare in più?

Innanzitutto,

smontare in pubblico l’architettura di questa narrazione funerea e nichilista. Certe simbologie che vengono riattualizzate vanno denunciate.

E poi anche in pubblico, nella polemica politica, occorre cambiare decisamente i toni e tornare a polemiche con toni civili. E poi c’è tutta una critica da fare a certe trasmissioni che esaltano le condotte aggressive. Utile anche fare l’esegesi dei contenuti nichilistici che ci sono in tutta una serie di produzioni canore del trap. Serve una riflessione pubblica su tutti questi aspetti.

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