Infortuni e lavoro nero. Mosseri (Anmil): “L’insicurezza investe l’intero sistema retto su pratiche sleali e patti di scorrettezza imposti”

Scritto il 14/04/2026
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Lavoravano in nero Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine, i due operai morti precipitando dal cestello di una gru a Palermo, mentre eseguivano delle opere in un appartamento al decimo piano di uno stabile. Dai primi accertamenti degli investigatori, confermati anche dalle testimonianze dei familiari delle due vittime, non avrebbero avuto alcun contratto e non risulterebbero iscritti né alla Cassa edile né alla Edilcassa. I lavoratori in nero corrono maggiori rischi di quelli regolarmente assunti? Ne parliamo con il direttore generale dell’Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (Anmil), David Mosseri.

(Foto Anmil)

C’è una connessione tra gli incidenti sul lavoro e il lavoro nero?
Le risponderò in maniera lapidaria: quanto costa ad un’impresa, ad un datore di lavoro, la morte dei suoi dipendenti se confrontata ad un contratto regolare? Quanto vale il costo di un’imbracatura (che sembra che le povere vittime di Palermo non avessero indosso) se confrontato al valore di una vita umana? I luoghi di produzione in Italia sono martoriati da pratiche criminali legate al lavoro nero, che sta a significare la totale assenza di tutela, ma anche da quello grigio che la storia recente ci insegna essere preponderante, ad esempio, nel sistema degli appalti. La diretta connessione con l’insicurezza del lavoro investe l’intero sistema retto su pratiche sleali e patti di scorrettezza imposti al lavoratore impossibilitato a pronunciare quei “no!” in grado di salvargli la vita. Non solo il nero dunque, ma anche la dequalificazione professionale, la sottoccupazione, il lavoro povero regolarizzato dall’assenza di una legge sul salario minimo, le carenze del sistema previdenziale che costringono i lavoratori over 65 a continuare ad arrampicarsi sulle impalcature. La connessione diretta con morti e incidenti sul lavoro riguarda ogni pratica lavorativa che imponga la rinuncia coatta dei diritti del lavoratore.

Nel lavoro nero viene completamente meno la formazione, che dovrebbe aiutare i lavoratori a essere più attenti sui pericoli?
Purtroppo nello scenario contemporaneo che ho descritto

la formazione e la “cultura della sicurezza” diventano utopia.

Se a mancare sono le basi della dignità lavorativa, si pensi ad esempio alle recenti maxi inchieste della Procura di Milano sul sistema di caporalato adottato da grandi multinazionali nei confronti di migliaia di lavoratori, viene da sé comprendere che prima di arrivare a rivendicare l’applicazione dell’obbligo normativo di formazione alla sicurezza dei lavoratori ci sia un intero sistema da rifondare. Se persistono laceranti differenze geografiche nell’investimento da parte delle istituzioni nei controlli e nel contrasto al lavoro nero (e la Sicilia ne è esempio lampante), parlare di ore destinate alla formazione arriva a sembrare, ahinoi, grottesco. Il pericolo principale per i lavoratori dei comparti più contaminati dalle pratiche di sfruttamento (principalmente riconducibili ai “servizi alla persona” e al settore agricolo per quanto riguarda la totale assenza di tutela contrattuale ma che – come accennato – comprendono in modalità grigia la maggior parte dei lavori legati a produzione e logistica) risiede nel non avere alternativa. Prima di parlare di formazione, dunque, suggeriamo a chi ci governa di consentirci di avere la possibilità di rifiutare di salire su di un’impalcatura senza Dpi e senza un contratto regolare in tasca.

Ha dati aggiornati sul lavoro nero in Italia?
Non esistono dati certi sul dilagante sistema del sommerso in Italia ma quelle che sono da definire “stime” affidate ad attente e lunghe analisi dell’Istat. In ragione della difficoltà intrinseca al dato e dell’attenzione che il nostro Istituto nazionale di statistica porta alla materia, in linea con gli standard europei, le ultime stime disponibili sono quelle che fanno riferimento al periodo 2020-2023 incentrate sull’economia non osservata nel nostro Paese. Si tratta di un report diffuso ad ottobre del 2025 sul periodo indicato che identifica, come ultima stima disponibile, 3 milioni e 132mila unità di lavoro irregolari in Italia, evidenziando una crescita di oltre 145mila lavoratori non a norma tra il 2022 e il 2023. Dato per assodato che quando si parla di economia non osservata si intendono i guadagni complessivi dell’illegalità e non solo quelli facenti capo al lavoro sommerso, gli ultimi dati Istat chiariscono come circa 185 su 217,5 miliardi di euro prodotti dall’illegalità siano direttamente ed esclusivamente riconducibili al lavoro irregolare. Un altro appunto che mi sento di portare all’attenzione di chi legge riguarda il fatto che questi 185 miliardi di euro sono, di fatto, generati non solo dal lavoro nero (invisibile) bensì anche da quello portato avanti attraverso pratiche sleali in presenza di contrattualizzazione come ad esempio il ricorso continuo a sotto-dichiarazioni, vale a dire comunicazioni intenzionalmente menzognere circa il fatturato o il costo del lavoro che, va da sé, di rifanno anche sulle tutele della salute e sicurezza del lavoratore.

Nel lavoro in nero sono ugualmente impiegati italiani e stranieri o c’è una prevalenza?
Sempre rifacendoci agli ultimi dati dell’Istat, il comparto nel quale il lavoro nero è maggiormente diffuso in Italia è quello che fa riferimento alla macro-categoria “Altri servizi alla persona”, con un’incidenza del 40,5%. In questo grande contenitore, i principali datori di lavoro sono le famiglie italiane e i principali lavoratori non tutelati sono di provenienza straniera. Poco più di un mese fa il VI Rapporto sullo sfruttamento lavorativo e il caporalato curato dal Laboratorio “L’Altro Diritto”, dalla Fondazione Placido Rizzotto e dalla Flai Cgil ha dimostrato come, su 840 casi di vittime di sfruttamento lavorativo, 633 siano riconducibili a cittadini di Paesi terzi extra Unione europea che arrivano nel nostro Paese, nella più parte dei casi, in stato di bisogno e con un difficile riconoscimento giuridico. Ad accoglierli in queste drammatiche e precarie situazioni, generalmente, trovano un caporale. Pena del rifiuto, la completa indigenza.

Quando muore un lavoratore in nero le famiglie sono ancor meno tutelate o la situazione è la stessa di chi perde un congiunto regolarmente assunto?
Fortunatamente nel nostro Paese la tutela Inail in caso di morte di un lavoratore irregolare è, sulla carta, un diritto per i superstiti pari a quello spettante ai familiari dei lavoratori contrattualizzati. E questa, mi conceda di sottolineare, è la norma. La sua applicazione invece, come troppo spesso accade, apre scenari ben più complessi che ci riportano alla malattia che affligge l’intero sistema. È difficile per noi di Anmil “banalizzare” il ragionamento, ma se vogliamo guardare all’interezza del sistema che asseconda il proliferare dell’illegalità come ci siamo detti sino ad ora, viene da sé comprendere che il ricatto al quale il lavoratore irregolare viene sottoposto, ancor più se straniero, non favorisca la pratica di denuncia. Quanto pesano sulla coscienza del nostro Paese quei casi di lavoratori in nero, principalmente immigrati, ma non solo, lasciati morire post-infortunio nei cigli delle strade per tentare, ancora più ostinatamente, di non incappare in guai giudiziari? Pensiamo mai a quanti di loro non siano mai stati ritrovati sparendo in chissà quale pratica mafiosa di occultamento? Dunque la triste risposta alla sua domanda è:

sulla carta non v’è differenza. Nell’odiosa realtà dello sfruttamento degli esseri umani ottenere giustizia è una chimera.

Se si infortuna gravemente un lavoratore in nero ha minori tutele di quelli assicurati?
Stesso discorso di prima ma probabilmente ancora più penalizzato nella resistenza alla denuncia. In un sistema dove il lavoratore privo di alternative accetta a testa bassa il rischio di farsi male, una volta che subentra l’infortunio e si ha la “fortuna” di non morirne, la reticenza a denunciare con la certezza di fuoriuscire dal patto di scorrettezza che ha garantito un salario è, purtroppo, naturale conseguenza.

Purtroppo, quasi ogni giorno c’è un bollettino di guerra su morti mentre si lavoro: perché non si riesce a fermare questa strage?
Perché non interessa porvi rimedio. Sono decenni che portiamo avanti le istanze della categoria spiegando quanto a servire sia – intanto – una corretta applicazione della normativa esistente. Nonostante questo assistiamo al proliferare di nuovi decreti e provvedimenti privi di efficacia a discapito del rafforzamento immediato e massivo dell’organico dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Assistiamo al tentativo di minare l’autonomia della magistratura quando le rare e più grandi inchieste a contrasto dello sfruttamento legalizzato dei lavoratori vengono realizzate dal lavoro indipendente di alcune Procure. Assistiamo, a pochi giorni dal Primo Maggio, a misure palliative di contrasto al lavoro povero che è alla base di tutto ciò che ci siamo detti sino ad ora. Allora l’esortazione che sentiamo di fare, dati i fallimenti continui dell’esistente in materia da parte delle istituzioni, è di lavorare per sostenere e sviluppare forme di controllo nei luoghi di lavoro che partano direttamente da chi li abita: i lavoratori stessi. Insistere nell’ambito degli enti del Terzo Settore per sostenere, tramite il volontariato attivo, una rivoluzione delle coscienze individuali per dare vita ad una nuova organizzazione collettiva che spinga il lavoratore posto sotto ricatto a denunciare sistematicamente senza la paura di essere il solo a farlo. Noi continuiamo ad esserci, dal basso e con determinazione.

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