Le immagini che arrivano da Ceuta ci ricordano, ancora una volta, che le migrazioni non si fermano con le sole misure di controllo delle frontiere. Donne e uomini continuano a rischiare la vita perché spesso non vedono altra possibilità di futuro. È una realtà strutturale del nostro tempo, che nessun Paese può pensare di affrontare da solo.
Nella disperazione dei migranti, tanti sono minori, soli o insieme alle famiglie, giovani e bambini piccolissimi, ricordiamoci sempre della fuga da Nazareth – soprattutto quando costruiamo muri davanti a loro – e di tutte le preziose leggi internazionali che tutelano il salvataggio delle vite umane.
Quello che sta accadendo interpella profondamente tutti noi. Non possiamo limitarci a domandarci come fermare le persone migranti, ma è più importante chiederci come governare un fenomeno che continuerà ad accompagnare le nostre società e quale responsabilità abbiamo, come Europa e come comunità internazionale, nel coniugare legalità, sicurezza e tutela della dignità di ogni persona.
Le migliaia di migranti che hanno raggiunto le coste di Ceuta, moltissimi anche a nuoto, ci invitano anche a interrogarci sull’efficacia delle politiche adottate finora. Se c’è chi continua a rischiare la vita pur di raggiungere l’Europa, significa che una strategia fondata prevalentemente sulla deterrenza non basta. Il controllo delle frontiere è certamente una responsabilità degli Stati, ma da solo non può rappresentare la risposta a un fenomeno così complesso.
Occorre affiancare a questo impegno politiche più lungimiranti e aprire canali regolari e sicuri di ingresso, rafforzare sistemi di accoglienza dignitosi, investire con decisione nei percorsi di inclusione e integrazione, condividere realmente le responsabilità tra gli Stati e contrastare con fermezza le organizzazioni criminali che sfruttano la disperazione delle persone.
La vera sfida, allora, non è scegliere tra sicurezza e accoglienza, ma costruire politiche capaci di tenerle insieme entrambe, nella consapevolezza che una società è più sicura quando sa governare i fenomeni, non quando si limita a subirli o ad affrontarli come un’emergenza permanente. Ed è questo il coraggio che oggi chiediamo all’Europa, per guardare alle migrazioni con realismo, mettendo sempre al centro la persona e la sua dignità.
*direttore Caritas italiana
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