“Molte sono le Chiese, molte le voci e i volti dei popoli; uno solo è il Corpo di Cristo, che tutti sono chiamati a servire. In questo mirabile disegno divino, primato petrino e missione dei vescovi non sono certo realtà contrapposte: appartengono ad un’unica comunione ecclesiale”. Con questa immagine, il Segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin, ha aperto questa mattina a Roma, presso la Pontificia Università Urbaniana, il Convegno internazionale dal titolo, “Il Volto della Chiesa Universale in Cina. 100 anni dalla Consacrazione dei primi sei Vescovi Cinesi”, con la partecipazione straordinaria di mons. Giuseppe Li Shan, Vescovo di Pechino, e di mons. Ignazio Ding Zuyao, Vescovo di Haimen.
Card. Parolin con il vescovo di Pechino mons. Li Shan (Foto SIR)
Era il 28 ottobre 1926, quando nella Basilica Vaticana, sei cinesi vengono consacrati Vescovi da Papa Pio XI. Sono i primi cinesi a diventare “successori degli apostoli” in epoca contemporanea. La ricorrenza è stata oggi occasione per un confronto e un dialogo tra personalità della Santa Sede e della Repubblica popolare cinese, che intrecciando passato e presente, hanno delineato sfide ma anche opportunità per una Chiesa universale, diffusa su tutta la terra e tra tutti i popoli e culture. Sullo sfondo del convegno, l’Accordo provvisorio Santa Sede-Cina sottoscritto la prima volta il 22 settembre 2018 e già prolungato due volte. Un Accordo che ha segnato una svolta significativa dopo decenni di tensione e mancanza di relazioni formali tra le due entità, fornendo un quadro incentrato principalmente sulla nomina dei vescovi in Cina, una questione controversa che era stata un ostacolo nelle relazioni tra il governo cinese e la Santa Sede. Ai giornalisti che a margine del convegno hanno fatto riferimento alle recenti dichiarazioni di mons. Paul Richar Gallagher secondo cui l’Accordo ha imperfezioni pur ritenendolo buono, Parolin ha commentato: “Certo, tutti gli accordi sono imperfetti tanto più che non è stato facile per la complessità delle situazioni e delle condizioni. Andiamo avanti cercando di perfezionare quello che non è perfetto ma la perfezione non è di questo mondo”.
“Il ministero del Successore di Pietro non si esercita nei confronti delle singole Chiese particolari come un’autorità estrinseca”, ha quindi affermato Parolin nel suo intervento. “Lontano dall’essere un’egemonia di tipo politico, questa presenza innata del ministero petrino in ogni porzione del popolo di Dio manifesta una meravigliosa e reciproca interiorità tra Chiesa universale e Chiese particolari: non realtà estranee o semplicemente giustapposte, ma dimensioni intimamente connesse dell’unica Chiesa di Cristo”.
Il cardinale formula un “auspicio per il futuro”: che “la comunione che oggi certamente esiste in misura essenziale tra il Papa e tutti i Vescovi nella Repubblica Popolare Cinese possa trovare, in un cammino progressivo e condiviso, modi sempre più concreti per manifestarsi, nutrirsi e consolidarsi”.
Card. Parolin con il card. Stephen Chaw vescovo di Hong Kong
Il convegno si è aperto con un video-messaggio di Papa Leone XI ai partecipanti. Facendo riferimento all’Ordinazione dei sei vescovi cinesi cento anni fa, il Papa ha detto: “Commuove pensare ai nostri sei futuri Vescovi, che da Shanghai vennero fino a Roma, per ricevere l’Ordinazione episcopale presso la tomba dell’Apostolo Pietro. Attraversarono il mondo per testimoniare la comunione che fiorisce dalla fede degli Apostoli, il cui segno irrinunciabile è l’unità di ogni singolo Vescovo col Vescovo di Roma”. Come spesso accade nella lunga storia della Chiesa, guardare al passato può illuminare il presente. “Cento anni fa – dice il Papa -, il viaggio di sei uomini, che dalla Cina andavano a Roma per diventare Vescovi della Chiesa cattolica, accese la gioia e la fierezza in tanti loro connazionali, consegnando all’oblio diffidenze, sospetti e ostilità. Oggi, in un mondo dilaniato da conflitti e travolto da guerre, la Sposa di Cristo continua la stessa missione, pregando che, di fronte a ogni insidia, il Signore custodisca il tesoro della comunione ecclesiale, fonte feconda di bontà e di pace per tutti”.
Il “volto della Chiesa universale in Cina” che ha dato il titolo al convegno, è sicuramente ancora oggi un cantiere aperto. Un processo che oltre agli “accordi” istituzionali, seppure essenziali, passa soprattutto attraverso gli incontri e le relazioni. Nel suo intervento, il card. Stephen Chaw Sau Yan, vescovo di Hong Kong, parla dell’importanza della formazione perché se ancora oggi la Chiesa cattolica in Cina è vista come “un qualcosa di straniero”, diversamente da quanto invece accade per il buddismo, l’obiettivo è quello di essere “una Chiesa che sì, appartiene alla Chiesa universale ma allo stesso tempo anche alla Chiesa locale”. Un passaggio delicato che passa attraverso la “sinicizzazione” e “l’inculturalità”. Attraverso un “dialogo bidirezionale” dove culture e tradizioni religiose si incontrano, si impegnano a superare i “punti ciechi” e a comprendersi reciprocamente per essere “veri cristiani e veri cinesi”.
Gli fa eco il vescovo di Pechino, mons. Giuseppe Li Shan che sottolinea e spiega: “La sinicizzazione del cattolicesimo non mira a costruire un cattolicesimo diverso, che si allontani dalla Tradizione, bensì a edificare una Chiesa autenticamente cattolica. Essa non è un’aggiunta esteriore alla Chiesa cattolica, quasi fosse facoltativa, da farsi o da tralasciare, ma un’esigenza intrinseca alla cattolicità della Chiesa”. La sinicizzazione “non solo non lede la cattolicità della fede cristiana, ma è anzi richiesto da essa e offre un opportuno punto di partenza perché essa si realizzi autenticamente nella Chiesa particolare che è in Cina”. “Come vescovo cattolico – ha poi detto il vescovo Li Shan -, ritengo che l’osservanza delle leggi dello Stato non debba essere considerata una costrizione esterna, ma un’espressione naturale della fede interiore e una fedele attuazione del precetto evangelico: ‘Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’. Le leggi dello Stato e le norme della Chiesa non solo non si oppongono, ma si completano a vicenda nel cammino di perfezionamento dell’uomo”. E conclude: “la Consacrazione dei primi sei vescovi cinesi ha rappresentato per la Chiesa in Cina un passo giusto sul piano del governo ecclesiale, e un passo giusto nella sinicizzazione della Chiesa!”.
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