Con la riapertura delle scuole e il ritorno di milioni di studenti sui banchi, i risultati di Pisa 2025-Programme for international student assessment (Programma per la valutazione internazionale degli studenti), possono offrire un’occasione per guardare oltre il semplice inizio dell’anno scolastico e interrogarsi su che cosa significhi oggi preparare i giovani al futuro. L’indagine dell’Ocse-Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, restituisce infatti una fotografia articolata delle competenze dei quindicenni e, insieme, del contesto nel quale esse vengono costruite. Un quadro nel quale l’Italia mostra alcuni elementi di tenuta, ma anche criticità che meritano attenzione. Pisa 2025 ha coinvolto oltre 760mila studenti di 91 Paesi ed economie, rappresentativi di circa 33 milioni di quindicenni. L’Italia ha partecipato con 8.946 studenti di 285 scuole, rappresentativi di circa 507mila ragazzi. La materia principale dell’edizione è stata la scienza, affiancata da matematica e lettura, con una nuova valutazione dedicata al problem solving computazionale. Nel confronto internazionale, i sistemi educativi ai vertici sono le province cinesi di Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang, indicate dall’Ocse con la sigla B-S-J-Z, e Singapore. B-S-J-Z ottiene il punteggio medio più elevato in scienze, con 597 punti, e in matematica, con 612; Singapore è invece al primo posto nella lettura, con 535 punti. Nel problem solving computazionale il risultato migliore è quello di Macao, con 572 punti, seguito da Singapore con 563 e da B-S-J-Z con 560. Un confronto che mostra quanto il divario possa essere significativo quando si passa dalla semplice acquisizione di conoscenze alla capacità di utilizzarle in contesti complessi e digitali. L’Italia, rispetto alla media Ocse, non parte da una posizione di particolare svantaggio. Gli studenti italiani ottengono risultati vicini alla media internazionale in matematica e scienze e superiori nella lettura. Il 78% raggiunge almeno il livello base in scienze, contro il 74% della media Ocse; in matematica la quota è del 69%, contro il 65%, mentre nella lettura arriva al 76%, rispetto al 69% dell’Ocse. Meno incoraggianti sono però i dati sulle eccellenze. In scienze soltanto il 4% degli studenti italiani raggiunge i livelli più elevati, contro il 7% della media Ocse. La stessa quota, il 4%, raggiunge il livello 5 o superiore nella lettura, rispetto al 6% internazionale. In matematica gli studenti ai livelli più alti sono il 7%, contro l’8% dell’Ocse. Se si guarda al 2015, la matematica rappresenta uno dei principali campanelli d’allarme: la quota di studenti italiani al di sotto del livello minimo di competenza è aumentata di 8 punti percentuali. La scienza ha invece recuperato rispetto al 2018, tornando sostanzialmente ai livelli di 10 anni fa. La lettura è relativamente stabile dal 2018 al 2025, ma rimane su valori inferiori a quelli registrati tra il 2009 e il 2015. La fotografia non può essere separata dalle condizioni sociali. In Italia gli studenti appartenenti al 25% più avvantaggiato dal punto di vista socioeconomico ottengono in scienze 80 punti in più rispetto al 25% più svantaggiato. Un divario vicino alla media Ocse, pari a 85 punti. La condizione socioeconomica spiega l’11% delle differenze nelle prestazioni scientifiche italiane. Allo stesso tempo, il 12% degli studenti svantaggiati riesce a collocarsi nel quarto superiore delle prestazioni scientifiche del proprio Paese: una quota identica alla media Ocse, che indica l’esistenza di percorsi di resilienza e di successo anche in presenza di condizioni di partenza meno favorevoli. Un capitolo sempre più importante è quello della tecnologia. In Italia il 47% dei quindicenni utilizza chatbot di intelligenza artificiale almeno una volta alla settimana per imparare, in linea con il 46% della media Ocse. Il 39% li utilizza per una prima ricerca su un argomento, il 36% per riassumere testi e il 30% per elaborati scritti. Ma l’Ocse mette in guardia da una lettura semplicistica del fenomeno: l’intelligenza artificiale non produce automaticamente risultati migliori. Quando viene utilizzata per specifiche attività scolastiche, gli studenti che la impiegano ottengono in media risultati inferiori in scienze rispetto a chi non la utilizza. Diventa quindi fondamentale educare non soltanto all’uso degli strumenti, ma alla capacità di valutarne criticamente le risposte. Anche la presenza degli strumenti digitali in classe presenta luci e ombre. Gli studenti italiani dichiarano di utilizzare dispositivi per attività di apprendimento per 2 ore al giorno, contro 1,7 ore nella media Ocse. Ma il 37% afferma che i compagni sono spesso distratti dai dispositivi durante la maggior parte o tutte le lezioni di scienze, contro il 28% internazionale. Nelle classi caratterizzate da questa distrazione, il punteggio in scienze è mediamente più basso di 13 punti. C’è poi il tema della frequenza scolastica. Il 63% degli studenti italiani dichiara di aver saltato almeno un giorno di scuola nelle 2 settimane precedenti il test, contro il 22% della media Ocse. Il 43% afferma di aver saltato almeno una lezione, rispetto al 24% internazionale. Sono dati che interrogano non soltanto sull’organizzazione scolastica, ma anche sul rapporto dei ragazzi con la scuola e sulla capacità di renderla un luogo percepito come significativo. Non mancano, tuttavia, segnali positivi. Il 72% degli studenti italiani si dice curioso verso molte cose, il 70% possiede una mentalità orientata alla crescita, cioè ritiene che le proprie capacità possano essere sviluppate attraverso impegno, lavoro e feedback, e il 18% considera la scuola una perdita di tempo, una quota inferiore al 24% dell’Ocse. Sul fronte ambientale, il 77% raggiunge almeno il livello base di competenza in scienze ambientali e il 72% si dichiara interessato a contribuire alla tutela dell’ambiente attraverso il proprio futuro lavoro. Il rapporto segnala però anche un indebolimento del sostegno percepito da parte degli insegnanti. In Italia il 62% degli studenti riferisce che, nella maggior parte delle lezioni di scienze, il docente mostra interesse per l’apprendimento di ogni studente, contro il 69% della media Ocse. Il 58% dice che l’insegnante continua a spiegare finché gli studenti comprendono, rispetto al 66% internazionale. Il senso complessivo dell’indagine, proprio mentre le scuole riaprono, va quindi oltre le classifiche. I risultati invitano a chiedersi quali competenze servano ai ragazzi per affrontare una società nella quale cambiano rapidamente il lavoro, la tecnologia e le modalità di accesso alle informazioni. L’Ocse insiste sulla necessità di una formazione che unisca competenze disciplinari, autonomia, motivazione, capacità di apprendere lungo tutto l’arco della vita e senso di appartenenza. La scuola che riparte in questi giorni è dunque chiamata a una sfida che non riguarda soltanto voti e programmi. I numeri di Pisa 2025 suggeriscono che preparare i giovani al futuro significa anche aiutarli a pensare criticamente, utilizzare con consapevolezza le tecnologie, non lasciare indietro chi parte da condizioni più difficili e costruire relazioni educative nelle quali ogni studente possa sentirsi riconosciuto e accompagnato.
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Scritto il 12/09/2026
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