Una missione iniziata da zero in terre inaccessibili e incontaminate, tra montagne e altipiani meravigliosi del Mozambico. Si rimbocca le mani ogni giorno per costruire concretamente quella che diventerà la sua parrocchia don Silvano Dal Dosso, missionario fidei donum della diocesi di Verona. Dopo aver trascorso quindici anni al nord, nella diocesi di Nacala, non lontano dalla conflittuale provincia di Cabo Delgado, da tre anni è stato incaricato dal vescovo di portare la sua presenza pastorale in queste zone impervie nella diocesi di Gurúè, nell’Alta Zambesia, a 1300 metri di altitudine. Siamo ai piedi del Monte Namuli (2.419 metri), montagna considerata sacra dai due grandi gruppi etnici dei Makua e Lomué, dove praticano il culto degli antenati.
Mozambico (foto: don Silvano Dal Dosso)
Qui la popolazione è quasi interamente cristiana, a differenza di altre zone del Mozambico a prevalenza musulmana. L’attuale cappellania raccoglie 35 comunità sparse sulle montagne, in un territorio molto ampio, con continui saliscendi. Le strade sono poche e difficili; molte comunità si raggiungono soltanto in moto o a piedi. Piano piano la chiesa e gli edifici annessi che stanno costruendo cominciano a prendere forma, ma ci vuole tempo e fatica fisica.
La nuova missione in Mozambico (foto: don Silvano Dal Dosso)
“È una realtà affascinante, ma anche molto isolata – racconta al Sir -. La rete telefonica arriva soltanto in poche comunità. In molte zone non c’è elettricità, televisione o Internet. Questo isolamento conserva una grande genuinità umana, ma comporta anche una forte distanza da ciò che accade nel resto del Mozambico e del mondo”. In Italia intanto sono arrivate notizie di nuovi attacchi terroristici a Cabo Delgado, con altri 700 sfollati. E l’allarme dell’Unicef per una grave crisi nutrizionale che metterebbe a repentaglio la vita di 100.000 bambini. Per non parlare delle conseguenze disastrose dei cambiamenti climatici, oltre alle consuete inondazioni dovute alla stagione dei cicloni. Don Dal Dosso si stupisce di come – ogni tanto – alcuni fatti accendano improvvisamente i riflettori sul Mozambico, per poi spegnersi quasi subito. In realtà “non c’è nulla di nuovo”, precisa, perché in realtà il Paese africano “è in caduta libera da dieci anni e, negli ultimi cinque sta precipitando in modo davvero preoccupante”.
La nuova missione in Mozambico (foto: don Silvano Dal Dosso)
Quando c’è una crisi globale – come il rialzo dei prezzi del carburante per la guerra Usa- Israele-Iran -, se in Occidente si riesce a fare fronte alle difficoltà, in Africa tutto è insormontabile. “In questi giorni il Paese è praticamente bloccato: non c’è carburante – dice -. Anche noi stiamo incontrando enormi difficoltà nel lavoro quotidiano. Per il diesel riusciamo ancora in qualche modo a organizzarci, ma la benzina è praticamente introvabile. Non riusciamo a far funzionare i generatori necessari per lavorare. Al mercato nero il prezzo del carburante è triplicato. Questo significa aumento dei prezzi di tutti i prodotti, visto che il Mozambico importa circa il 98% delle materie prime, del cibo e dei beni essenziali: quindi il costo della vita, già molto precario, sta diventando ancora più pesante”.
Mozambico (foto: don Silvano Dal Dosso)
Il conflitto a Cabo Delgado. Un gravissimo capitolo aperto è il conflitto tra gruppi di matrice jihadista e governo nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, che dal 2017 ha provocato centinaia di migliaia di vittime e sfollati. In realtà dietro il conflitto si intrecciano enormi interessi economici – anche italiani – legati a gas, rubini e risorse minerarie. Anche se ora vive a 700 chilometri di distanza da quelle zone il missionario descrive la situazione come un “vero e proprio Far West” ed un tema “tabù” per il governo e la stampa locale. Gli attacchi proseguono “praticamente continui”, ma molti episodi passano sotto silenzio, soprattutto quando sono colpiti villaggi e civili. Mancano risultati concreti, nonostante l’intervento di mercenari e forze straniere che controllano la provincia: “Lo Stato è quasi assente e la popolazione impoverita, scontenta e quindi facilmente reclutabile dai gruppi armati”. Per don Dal Dosso la soluzione non può essere solo militare, ma passa da “grandi investimenti nello sviluppo umano e sociale”, a partire da scuola, lavoro e opportunità per i giovani.
Mozambico (foto: don Silvano Dal Dosso)
Il cambiamento climatico viene invece affrontato “come molte altre difficoltà del presente”, tra rassegnazione sociale e proclami istituzionali spesso finalizzati ad attirare fondi internazionali. In un Paese poverissimo che vive quasi esclusivamente di agricoltura di sussistenza, anche minime variazioni climatiche possono provocare perdita dei raccolti, fame e migrazioni. Qui come in tanti altri Paesi africani le case sono costruite con paglia e fango e i governi non hanno la capacità di rispondere alle emergenze. In alcune zone come la diocesi di Nacala siccità o piogge intense rischiano di portare la popolazione nel baratro: “E baratro significa fame – avverte il missionario -. Significa che le persone più fragili si ammaleranno di più: anziani, bambini, persone già malate. Significa aumento della mortalità. Gli allarmi vengono lanciati continuamente, sia a livello internazionale sia dal governo. Però nessuno sembra avere davvero gli strumenti o la volontà di intervenire. Così la vita continua come sempre e ciascuno cerca di arrangiarsi come può: con un piccolo campo, qualche prodotto, piccoli lavori. Ma è una vita estremamente difficile”.
Mozambico (foto: don Silvano Dal Dosso)
“Da noi l’impatto dei cambiamenti climatici è devastante: significa migliaia di morti, crisi sanitarie, epidemie di colera e altre malattie”, ricorda il missionario, denunciando però che “i fondi raramente arrivano davvero sul territorio” e difficilmente si trasformano in interventi concreti. Incendi agricoli, deforestazione e desertificazione avanzano anche a Nacala, una zona di foreste pluviali che dovrebbe invece essere protetta e tutelata. La crescita della popolazione e l’assenza di politiche ambientali aggravano ulteriormente la situazione. “Non vedo riforestazione, né interventi reali di tutela ambientale”, denuncia don Dal Dosso. Solo realtà locali e religiose fanno quello che possono. I rifiuti continuano ad essere bruciati a cielo aperto e manca una vera “sensibilità ambientale”.
La nuova missione in Mozambico (foto: don Silvano Dal Dosso)
Il rischio di nuove rivolte popolari. A fronte di questa complessità lo spettro di nuove manifestazioni popolari, come accadde nel 2010 con la cosiddetta “rivolta del pane” a Maputo, si avvicina: “Stiamo tornando verso quella situazione: siamo dentro una morsa che continua soltanto ad aggravare problemi già esistenti”, avverte il missionario. A suo avviso “abbiamo davanti anni molto difficili. E purtroppo queste crisi non si risolvono in pochi mesi, né forse in pochi anni: serviranno decenni”.
The post Mozambico: don Dal Dosso, “una crisi senza fine tra guerra, fame e cambiamenti climatici” first appeared on AgenSIR.
