Il modo in cui da bambini abbiamo imparato a cercare protezione e sicurezza nelle persone più vicine plasma anche il modo in cui ci rivolgiamo a Dio. Su questo intreccio tra psicologia ed esperienza religiosa si è concentrato il 5° seminario di studio per consulenti ecclesiastici, etici e operatori, promosso il 23 ottobre a Roma, presso Casa La Salle, dalla Confederazione italiana dei consultori familiari di ispirazione cristiana (Cfc), sul tema “Attaccamento e rappresentazioni di Dio tra cattolici laici, sacerdoti e religiosi”. Al cuore della giornata la relazione della professoressa Rosalinda Cassibba, ordinaria di Psicologia dello sviluppo all’Università di Bari Aldo Moro, partita dalla teoria elaborata dallo psichiatra inglese John Bowlby: fin dalla nascita ogni essere umano cerca figure capaci di offrirgli protezione e sicurezza, una “base sicura” da cui partire per esplorare il mondo e un “rifugio sicuro” a cui tornare quando si ha paura. Dalla qualità di queste prime relazioni nascono dei “modelli operativi interni” che orientano il nostro stile nei rapporti per tutta la vita: sicuro, evitante o ansioso-ambivalente.
Dio come base sicura. Anche il rapporto con Dio, ha spiegato Cassibba, può essere letto con queste categorie. Per il credente Dio può essere una base sicura per affrontare il mondo, un rifugio nei momenti di stress, una fonte di consolazione e un punto stabile per la propria identità. Chi ha un attaccamento sicuro vive Dio come affettuoso e attento; chi ha uno stile evitante percepisce un Dio impersonale e distante, poco interessato alla propria vita; chi ha uno stile ansioso-ambivalente sperimenta un Dio dalle reazioni imprevedibili, a volte vicino e a volte no. Lo stile di attaccamento, però, non è un destino: nuove relazioni significative, esperienze di vita e contesti accoglienti possono modificarlo. Il legame con Dio a volte rispecchia quello vissuto con i genitori, ma a volte può compensarlo, offrendo il rifugio che è mancato.
La fede nel percorso di cura. Anche la psicoterapia è un’occasione di trasformazione: il terapeuta può diventare a sua volta una base sicura. Per questo, quando un paziente racconta la propria vita religiosa e spirituale, quelle parole non sono un dettaglio da mettere tra parentesi, e ascoltarle aiuta a comprendere la persona nella sua interezza. Al clinico, ha indicato la relatrice, spetta valutare quale funzione svolga la fede: se riduce o aumenta l’ansia, se favorisce l’autonomia o la passività, se apre alle relazioni o isola. Una religiosità che poggia su una base non sicura può infatti trasformarsi in dipendenza psicologica, con segnali come la paura continua di deludere Dio o di essere puniti, l’incapacità di decidere senza conferme esterne o un’autostima legata solo alla perfezione morale; le comunità accoglienti favoriscono il benessere, quelle rigide o manipolative aumentano il rischio. Il seminario ha messo in luce anche come nella formazione di psicologi e terapeuti la dimensione religiosa e spirituale trovi ancora uno spazio limitato. “Le ricerche presentate oggi mostrano che la fede non è un elemento accessorio della vita psichica, ma può diventare una risorsa preziosa o, in alcuni casi, un nodo da sciogliere”, ha osservato don Bellini nelle conclusioni. “Prenderla sul serio significa ascoltare la persona nella sua interezza. È un contributo specifico che i consultori di ispirazione cristiana possono offrire, sia nella pratica quotidiana dell’accompagnamento delle famiglie sia nel dibattito culturale sulla cura della persona”.
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