Proposta: il Nobel per la pace ai bambini di Gaza

Scritto il 26/08/2026
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Mentre i tentativi di fermare le armi nella Striscia continuano a fallire, trova crescente consenso la proposta del prof. Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia all’Università Federico II di Napoli, di candidare i bambini di Gaza al premio Nobel per la pace 2026. Il regolamento del Nobel lo consente: un docente universitario può candidare qualcuno al Nobel. Lo stesso regolamento però rende critica la medesima candidatura (i bambini) per il fatto che è concesso proporre una precisa persona fisica o un’associazione, non un gruppo indistinto. La ragione è pratica: essendoci in palio un assegno (circa un milione di euro) serve concretamente chi lo incassi. Ma, al tempo stesso, tra i sostenitori non manca un certo ottimismo: nel 2025 un’analoga questione, ovvero candidare al Nobel il popolo venezuelano a causa delle sofferenze patite sotto il regime di Maduro, è stata bypassata indicando in sua rappresentanza Cristina Machado, politica e figura di spicco dell’opposizione.

La proposta del Nobel ai bambini di Gaza non è una novità assoluta: nel 2025 l’aveva avanzata l’associazione “L’isola che non c’è” di Latiano (Brindisi); del tutto nuova è invece l’eco di questa seconda, specie da che il quotidiano Avvenire l’ha resa nota ai lettori (9 agosto), condividendola e aprendo anche una casella di posta dedicata alle adesioni (petizione.gaza@avvenire.it).

Non sono mancate le obiezioni: anche chi riconosce l’inaudita sofferenza inflitta ai bambini in Gaza -feriti, mutilati e orfani -, avanza un dubbio: perché pensare solo ad essi e non anche ai bambini ucraini che sopportano la guerra da ancora prima (febbraio 2022) e che hanno conosciuto bombardamenti, sfollamenti, che ugualmente sono rimasti soli o feriti o sono stati rapiti dai russi? Per la stessa logica c’è chi allarga lo sguardo ad altri conflitti, come quelli dimenticati dell’Africa (dal Sudan al Congo).

La contabilità delle vittime della Striscia parla di 21 mila bambini uccisi nel corso della guerra, oltre 44mila feriti o mutilati, 245mila colpiti da malnutrizione, 625mila bambini e adolescenti che hanno perso almeno tre anni di scuola. In più, dalla tregua di ottobre 2025 a metà agosto 2026, in circa trecento giorni, 300 bambini e ragazzi sono morti a causa di armi che avrebbero, sulla carta, già dovuto tacere. E mentre i numeri salgono gli accordi non si trovano: nell’incontro a Gerusalemme del 17 agosto l’inviato Usa, Kushner, e i mediatori non sono riusciti a sbloccare la situazione dal momento che il premier israeliano Netanyahu continua a legare il suo ritiro da Gaza al disarmo totale di Hamas. Così, di fatto, la situazione rischia di restare in stallo fino alle due attese elezioni: quelle in Israele del 27 ottobre e quelle di metà mandato negli Usa del 3 novembre.

Sulla proposta di Mazzarella è calata la divisione politica a dare letture prospettiche diverse a una questione che è umanitaria: il mondo di sinistra ha generalmente sposato e sottoscritto la candidatura (da Bersani a Schlein a Conte), mentre il versante opposto ha visto nell’ipotetico conferimento del Nobel ai bambini di Gaza una medaglia al valore sui petti dei guerriglieri di Hamas. Vero è che Hamas non solo non ha difeso i civili ma se ne è servito, senza distinzione anagrafica, come vittime da immolare sull’altare della sua vittoria nella guerra scatenata da Israele in risposta all’inaccettabile attacco del 7 ottobre, nel quale lo stesso Hamas ha straziato, ugualmente senza distinzione anagrafica, adulti e bambini.

A tali obiezioni e critiche il direttore di Avvenire, Marco Girardo, il 17 agosto ha risposto con una lunga lettera nella quale sostanzialmente ha sostenuto il valore altamente simbolico dell’iniziativa, ovvero la difesa del bambino – di ogni bambino – dalla guerra, cui se ne aggiunge uno pratico: la necessità di fare rumore sulle stragi dei minori. Nel mondo ce ne sono tante: da qualcuna bisogna pur iniziare.

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