Sabato luglio, Papa Leone XIV sbarcherà a Lampedusa. Un viaggio carico di profezia che tocca il cuore ferito del Mediterraneo, a poco meno di un mese da quello compiuto dal Pontefice alle Canarie. Per comprendere la portata di questo appuntamento noi giovani della redazione di “Agorà” abbiamo incontrato mons. Corrado Lorefice. Nominato lo scorso 26 maggio Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI l’arcivescovo di Palermo invita a superare la logica dell’emergenza per riscoprire il diritto alla mobilità, la fedeltà al Vangelo e il valore civile della nostra Costituzione.
Mons. Corrado Lorefice
Eccellenza, la sua recente elezione a Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI e della Fondazione Migrantes le affida una responsabilità nazionale. Come vive questo incarico in vista dell’imminente visita di Papa Leone a Lampedusa?
“Questa nomina significa che le Chiese italiane affidano alla Migrantes un compito essenziale: tenere aperto, nel cuore delle nostre comunità, il Vangelo di Gesù. Oggi più che mai dobbiamo riconoscere nelle persone in mobilità — e nelle sfide culturali e politiche che questo tempo comporta — un vero ‘segno dei tempi’, un luogo teologico della presenza del Signore che chiede accoglienza. La massima responsabilità delle nostre Chiese è far sì che sulla mobilità si pensi e si agisca a partire dal Vangelo. Possiamo così aiutare le istituzioni, a partire dal governo nazionale, a non perdere mai di vista che parliamo di esseri umani con attese, storie e relazioni, custodendo l’umanità in un momento di grande rischio di disumanizzazione”.
Lei ha detto che le stragi nel Mediterraneo non sono fatalità, ma il frutto di scelte precise e di precise politiche di accoglienza…
“Sì, perché non possiamo parlare semplicemente di tragedia. Non è una fatalità se oggi i confini vengono presidiati seguendo la sola logica dell’emergenza e dell’invasione. Se la presenza del migrante viene letta solo così, e non come un dato costitutivo del nostro tempo nella casa comune, ci viene precluso l’approccio umano. Ogni uomo ha diritto alla mobilità, a maggior ragione se scappa da una povertà che ne limita la dignità o da guerre che creano morte e distruzione. Dobbiamo superare la categoria dell’emergenza per guardare il fenomeno nella sua reale dimensione. Solo così eviteremo i drammi in mare. C’è una responsabilità precisa se non si presidiano le rotte, se si fanno respingimenti o se le leggi europee e italiane non si fondano sul diritto alla dignità della persona. I naufragi silenti ci restituiscono comunque sulle coste i corpi di giovani e bambini. Abbiamo il dovere morale almeno di onorare questi defunti”.
Dopo la strage del 2013 si disse “mai più”, ma la storia è andata diversamente…
“Questo accade quanto più viene meno il senso comunitario. È la crisi che vive l’Europa, dove si esasperano i nazionalismi a discapito della comunità, nonostante l’Unione sia nata proprio perché non accadesse mai più quanto vissuto nel Novecento con due guerre mondiali. Ogni conflitto nasce quando si smarrisce la certezza che nessuno può considerare l’altro come un nemico o un invasore. Papa Francesco ci ha ricordato che il mondo è una casa e un giardino da custodire, che deve accogliere fratelli e non nemici. Senza questo senso comunitario, ogni ‘mai più’ diventa mera retorica. In questi anni abbiamo visto il Mediterraneo trasformarsi in un grande cimitero. Non è più il “lago di Tiberiade” a cui si ispirava la visione di Giorgio La Pira: le sue sponde non sono state capaci di darci la gioia dell’incontro. Più portiamo avanti l’esasperazione identitaria, più cresceranno i nazionalismi e si innalzeranno muri, perdendo la consapevolezza della bellezza di ogni volto umano e del diritto alla mobilità”.
Cosa unisce il magistero sul tema delle migrazioni di Francesco e Leone XIV?
“Papa Leone ha avuto una grande intuizione. Da araldo del Vangelo, colui che custodisce la memoria della Casa Comune, ha offerto una bellissima interpretazione a partire dal lago di Galilea, dove Gesù chiamò Pietro come ‘pescatore di uomini’. È l’immagine che descrive l’identità della Chiesa, e il Papa lo ha ricordato alle Canarie. Il successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi che toccano il cuore del Vangelo: la Chiesa non può ignorare queste acque e il clamore di chi grida nella notte. Ringrazio Papa Leone per aver voluto fortemente essere a Lampedusa il 4 luglio. I suoi discorsi alle Canarie — e accadrà lo stesso a Lampedusa — ricordano molto il primo viaggio di Papa Francesco, le cui domande (‘Adamo dove sei?’, ‘Dov’è tuo fratello?’, ‘Chi ha pianto per loro?’) furono la chiave ermeneutica del suo pontificato. Le parole di Papa Leone, già anticipate nella Magnifica Humanitas, saranno fondamentali per comprendere il Magistero di Leone XIV, e Lampedusa diventerà un topos, un luogo preciso che come Chiese dobbiamo saper abitare”.
Lei ha spesso paragonato la Sicilia a una “zattera” nel Mediterraneo. Quale parola consegna alle comunità cristiane in vista del 4 luglio?
“La nostra collocazione geografica e questo momento storico sono una chiamata precisa del Vangelo. Dobbiamo essere fedeli all’immagine della zattera: pur con le nostre fragilità sociali ed economiche, questa terra è da sempre un approdo. Un legno che galleggia non rifiuterà mai una mano che si vi vuole aggrappare. Siciliani e abitanti delle Canarie hanno il compito di aiutare il mondo a custodire un cuore umano, ripartendo dal diritto alla vita, alla mobilità e alla dignità. Inoltre, la Sicilia è parte dell’Italia, e voglio ricordare che abbiamo una Costituzione donataci da visioni diverse ma unita sui principi fondamentali. Di fronte a questa urgenza antropologica, la Costituzione deve restare la nostra bussola, in particolare con gli articoli 3 e 11. La Sicilia è una zattera che può aiutare l’intera nazione a rimanere aperta a tutti, riconoscendo ogni cultura e religione. È una terra da cui deve continuare a partire il messaggio della pace, proprio in un Mediterraneo ferito dalla distruzione e dal delirio di onnipotenza dei potenti della Terra”.
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