Detenuti. Mazio (Palingen): “Importante offrire loro una possibilità di rinascita”

Scritto il 02/05/2026
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Quella di Palingen (www.palingen.it) è una storia non comune che nasce “da un’idea semplice ma potente: restituire dignità attraverso il lavoro. Ispirata al concetto di “palingenesi” – rinascita – la nostra realtà opera all’interno della Casa circondariale di Napoli Secondigliano “Pasquale Mandato”, dove ogni giorno accompagniamo le detenute e, da metà 2026 anche i detenuti, in un percorso di formazione, crescita e trasformazione”. Di questa “sartoria sociale e sostenibile che trasforma scarti in risorse, e vite spezzate in nuove”, in cui protagonista è “una bellezza che rigenera, nel lavoro come strumento di riscatto e in una moda inclusiva, etica e consapevole” il fondatore è Marco Maria Mazio, giovane avvocato e imprenditore che ha fondato questa realtà a vocazione sociale per restituire un nuovo futuro e una luce di speranza a chi ha sperimentato il buio della cella. È lui a raccontarci genesi e orizzonti di un’impresa davvero sui generis nell’epoca attuale.

Da quale visione trae spunto questo progetto e quali sono i risultati ad oggi dal punto di vista imprenditoriale?
Palingen ha origine dalla mia storia personale avviata in carcere come educatore volontario. Quando mi sono laureato in Giurisprudenza, nel 2014, ho iniziato a svolgere il mio tirocinio forense presso un studio legale a Napoli, con la possibilità di lavorare, appunto, come educatore part time presso la Casa circondariale femminile di Pozzuoli. Mi animava una fortissima curiosità di scoprire, da giurista, come ‘funzionasse’ dall’interno il sistema penitenziario, caratterizzato, come sappiamo, da uno stereotipo collettivo: un contesto ‘chiuso’, un mondo a parte, minato dalle inefficienze e dai limiti che già conosciamo. Ho scoperto prima di tutto il volto di quelle donne recluse a cui era legittimo offrire una seconda opportunità perché la riabilitazione del reo ha, necessariamente, una conseguenza sul sistema economico sociale del Paese, considerando anche l’aspetto morale. Guardando alla sfera pragmatica, l’impresa ha iniziato a prendere forma da lì: nel vedere le detenute custodi di un talento, con l’entusiasmo di fare e il desiderio di riscattarsi.

Molte persone finiscono in carcere perché magari nate e cresciute in contesti degradati, in una povertà educativa e disagiata che le ha portate a sbagliare nel corso della vita. È importante offrire loro un’altra possibilità di rinascita.

In carcere questa gente non ha nulla, se non un bene prezioso: il tempo, tantissimo tempo a disposizione, che a noi spesso manca… Un tempo da investire in maniera produttiva, costruttiva, proficua, formativa, professionalizzante. Allora quella persona potrà uscire dal sistema carcerario come un elemento positivo della comunità, come lavoratore attivo, come figura ulteriormente meritevole di dignità nel tessuto sociale. Se una persona è mentalmente impegnata, lavora, viene reintegrata nel sistema economico, guadagnando e pagando le imposte, rientra automaticamente nel circuito sociale. La nostra start up è stata fondata nel 2019 e il progetto è stato concretamente avviato nel maggio 2021, con un fatturato ogni anno raddoppiato. Ad oggi abbiamo impiegate, in totale, 4 dipendenti, che a breve diventeranno 8.

Detenzione e palingenesi, dunque: un binomio che non è semplice utopia ma che rappresenta l’impegno concreto affinché le sbarre non mortifichino la speranza…
Tutto si sviluppa a partire dalle reti virtuose e dalle sinergie, anche commerciali oltre che umanitarie, che si possono attivare. Nel mio caso ho potuto contare, anzitutto, sugli ottimi rapporti con la direzione della Casa circondariale e sono fermamente convinto che l’asse pubblico-privato possa fare la differenza: pensiamo a quante imprese, in Italia, alla ricerca di risorse umane potrebbero intraprendere la medesima strada, attingendo dal bacino di un personale tecnicamente qualificato che pur provenendo da una prova durissima come la detenzione può comunque mettere in gioco le proprie qualità professionali.

Prima o poi, chi è recluso fa i conti con la libertà, e la libertà va incanalata nel processo produttivo del lavoro.

Quanto ha potuto contare sul supporto delle Istituzioni?
Sono stato molto fortunato. Oltre alla direzione, ho incontrato in tutta l’amministrazione della Casa Circondariale stessa un’attenzione molto collaborativa, una partecipazione fattiva. La stessa disponibilità l’ho avuta dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, il dott. Samuele Ciambriello. Continuiamo a ricevere sostegno concreto da parte sia delle Istituzioni – inclusi il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap), i Provveditorati regionali dell’Amministrazione penitenziaria (Prap) e i Magistrati di sorveglianza –, sia delle aziende con cui collaboriamo.

Il vostro è un positivo esempio di come la barriera dell’indifferenza e dello stigma sociale si possa superare. In che modo, anche tramite i media, si può implementare questa consapevolezza a favore di una maggiore inclusione?
Occorre prima di tutto sensibilizzare chi gestisce le imprese o comunque ha una funzione strategica all’interno delle aziende ed è dotato di una maggiore sensibilità verso il tema dell’inclusione. Teniamo conto anche del fatto che le nuove generazioni sono più vigili sulle questioni sociali e ambientali. Si tratta di ragionare oltre il mainstream, di raccontare una modalità di promuovere il business che non si limita alla mera filantropia. Bisogna partire dallo stile narrativo:

l’evento benefico in sé può rappresentare una carezza al cuore, certo, può impressionare emotivamente, ma ciò che conta è suscitare un interesse che apra alla volontà di creare coinvolgimento e interazione tra Terzo settore, realtà istituzionali, soggetti che sanno fare affari con sguardo etico.

L’Italia, ad esempio, ha un’ottima legge che regola gli sgravi fiscali e contributivi per chi assume detenuti: ci sono dunque dei lati vantaggiosi per gli imprenditori che devono tener conto dei bilanci aziendali, ed è importante che circoli una corretta informazione in tal senso.

L’economia etica, in un contesto anche internazionale, che fa del profitto il suo obiettivo principale, è una sfida che si può vincere facendo squadra tra realtà. Da imprenditore, qual è il suo messaggio in un’ottica di partnership?
Sono convinto che le economie resilienti, quelle capaci di adattarsi ai mutamenti storici e sociali siano le più forti, anche a livello locale. Al netto dei diversi fattori che ne possono influenzare l’andamento, dai fenomeni migratori, ai cambiamenti climatici e agli equilibri geopolitici. Nel territorio italiano rischiamo di smarrire il valore dell’artigianato, della manifattura, della sartoria stessa, dal momento che per tanti anni abbiamo delocalizzato la produzione in Paesi esteri in cui il costo della manodopera è decisamente inferiore. Inserendo skills e competenze anche di persone che sono ai margini della società si concorre invece a favorire un’economia più resiliente, capace di adeguarsi e di rimanere stabile nel tempo. Questa prospettiva però va testimoniata, raccontata e quindi condivisa, a partire dai canali social, dai media. Mi fece impressione leggere l’esperienza di un’azienda di calzature americana, un autentico esempio di profitto. Il loro marketing prevedeva che, per un paio di scarpe acquistato, un altro ne veniva regalato ai bambini più sfortunati dell’America Latina. Centinaia di migliaia di scarpe donate, con un’influenza significativa sul piano etico. Commercio e solidarietà non sono termini antitetici. Si può dar corso di fatto, ad un modello imprenditoriale innovativo, ambizioso, soddisfacente e, al contempo, promuovere comunque qualcosa di socialmente utile, risolvendo ciò che molti vedono come problema: il manager statunitense ha visto i bambini scalzi e poveri, così come io ho visto le detenute in carcere senza un’occupazione principale.

La beneficenza in sé può essere soggetta al mood del momento, alla mutevolezza della moda, ma non va dimenticato che la sostenibilità finanziaria è il primo elemento per una stabilità duratura, come previsto anche dall’agenda Onu 2030. Inclusione sociale e mercato, business e resilienza sono benefici che possono realmente convivere insieme.

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