La sua Pasqua e la nostra Pasqua

Scritto il 02/04/2026
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“Sì, ne siamo certi: Gesù è davvero risorto!”. Sono le parole della sequenza del giorno di Pasqua che viene cantata prima della lettura del Vangelo.
È questo il grido che da duemila anni la Chiesa rivolge a se stessa prima di tutto e poi al mondo intero. A se stessa, perché troppo spesso noi cristiani ci lasciamo ferire dal dolore del venerdì santo o siamo silenti come nel sabato santo e non siamo uomini e donne di Pasqua. E poi lo grida al mondo che sembra inchiodato a logiche di morte e non cerca alberi di vita e primavere di speranza.
Gesù è risorto per sempre e ha immesso dentro la storia degli uomini i germi della risurrezione. Si attende ora che alla sua Pasqua segua la nostra Pasqua. Il rischio per noi è quello di non far germogliare, sul colle del nostro tempo, l’albero pasquale piantato con i semi della Pasqua di Cristo.
La Pasqua è il cuore del cristianesimo ed è il tesoro più grande che la Chiesa può presentare al mondo d’oggi. Il nostro Credo fiorisce sul tronco della Pasqua; la nostra vera gioia rinasce ogni domenica quando celebriamo la Pasqua nell’Eucaristia; la nostra speranza trova nella Pasqua il suo ancoramento; la nostra carità è abitata da gesti di tenerezza e di cura verso i più poveri e fragili per farli risorgere già su questa terra.
La Pasqua di Cristo ha cambiato la vita di quelle donne che sono andate al sepolcro e l’hanno trovato vuoto; ha trasformato la paura degli apostoli nel coraggio di annunciare a tutti un nuovo senso della vita. La Pasqua attende ancora di diventare una nuova narrazione della storia, di plasmare la cultura, di trasfigurare le relazioni, di diffondersi nelle istituzioni e far scoppiare finalmente la pace.
Avvertiamo in noi e attorno a noi troppi virus che infettano la Pasqua. Scriveva don Primo Mazzolari: «Ci dev’essere un lievito di malizia in ognuno di noi se milioni e milioni di uomini non hanno né pane, né terra, né casa, né pace, né giustizia. Se sapessimo conservare con sincerità distaccata dal nostro egoismo il bene che professiamo davanti agli uomini, anche la Pasqua del Figlio dell’uomo sarebbe vicina».
Il lievito di malizia oggi fa lievitare la guerra e appena si accende qualche speranza per la fine di un conflitto, subito ne inizia un altro. Prima l’Ucraina quando la guerra veniva chiamata operazione militare, poi l’attentato contro Israele e la guerra di Gaza, e appena si cominciava a vedere qualche spiraglio per la Terra Santa arriva l’Iran. E se allarghiamo lo sguardo, sappiamo che ci sono altre guerre, in Sudan, nel Corno d’Africa, in Pakistan e Cambogia. Ci stiamo abituando a sentire ogni giorno il numero dei morti, a vedere macerie, profughi, fiamme, disperazione, lo spiegamento di armi di ogni tipo, tutte all’opera per generare altre macerie e altro dolore.
Cristo è risorto, è veramente risorto, ma la Pasqua su questa terra è ancora lontana anche se ci sono tanti piccoli segni pasquali che non fanno rumore ma nutrono la nostra speranza. A noi cristiani è chiesto di essere un ponte fra la Pasqua di Cristo e la storia degli uomini a cominciare dalle nostre case, nelle relazioni che viviamo, nelle città che abitiamo. Ma se la Pasqua non ci abita e non ci contagia non riusciremo mai ad essere lievito di Pasqua.
Il teologo Raimon Panikkar scriveva nel 1968: «Il grande pericolo nostro, vostro come mio, è quello di una vita cristiana a metà. Il grande pericolo nostro è fermarsi prima di arrivare a Pasqua […] Fermarsi a metà cammino, non salire fino alla Pasqua, non arrivare a Gerusalemme e là riuscire a morire e a resuscitare, questo è il nostro grande pericolo».

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