Il Digital News Report Italia 2026 realizzato dal Master in giornalismo “Giorgio Bocca” dell’Università degli studi di Torino con la sua terza edizione rinnova il proprio impegno nel documentare i principali processi di trasformazione in atto. Fotografa un rapporto sempre più fragile tra gli italiani e l’informazione. Tra i vari curatori che hanno partecipato alla realizzazione c’è Paola Molino direttrice de L’Eco del Chisone. Con lei analizziamo il Report rispetto all’informazione locale.
Direttrice, il Report parla di una “crisi della relazione” tra cittadini e informazione più che di una crisi dell’interesse per le notizie. Un giornale locale può rappresentare un antidoto a questa distanza? In che modo il rapporto con il territorio cambia il legame con i lettori?
Credo che questa definizione, “crisi della relazione” più che crisi dell’attenzione, sia la chiave giusta per leggere anche la nostra esperienza quotidiana. I dati del Report lo confermano:
gli italiani continuano a consultare le notizie con frequenza, ma la fiducia nell’informazione in generale si indebolisce.
Ecco, in un giornale locale questo scarto tende ad attenuarsi, perché la relazione non è astratta: chi ci legge spesso conosce chi scrive, sa dove trovarci, ha un volto e un nome a cui associare quello che pubblichiamo. Non è un caso che il Report indichi come la fiducia nelle singole testate resti più alta di quella riposta nell’informazione nel suo complesso. Per un giornale come “L’Eco del Chisone”, che da 120 anni racconta il Pinerolese, questo significa che
il rapporto con il territorio non è un valore aggiunto accessorio, ma la sostanza stessa del nostro lavoro: raccontare un luogo significa anche costruire, insieme a chi lo abita, un senso condiviso di appartenenza, e questo produce fiducia molto più di qualunque strategia comunicativa.
Il rapporto evidenzia che tra i 18 e i 24 anni c’è un interesse per la politica superiore a quanto spesso si pensi, ma questa domanda non viene sempre intercettata dall’offerta informativa. Come può un giornale locale parlare ai giovani di politica?
Il dato sui 18-24enni mi pare tra i più interessanti di questa edizione: un interesse per la politica che risale, mentre nel resto della popolazione continua a calare. È un segnale che dovremmo prendere sul serio, invece di archiviarlo con il solito luogo comune sui giovani disinteressati. Dobbiamo partire da ciò che sappiamo fare meglio: raccontare la politica a partire dalle sue conseguenze concrete sulla vita delle persone, sui servizi, sulla scuola, sul lavoro nella nostra area. La politica nazionale filtrata attraverso il territorio diventa più comprensibile, meno ideologica e più vicina all’esperienza quotidiana di chi ha vent’anni e magari fatica a riconoscersi nelle categorie tradizionali del dibattito pubblico. È un lavoro di traduzione, prima ancora che di linguaggio. Il giornale (di carta e digitale) diventa una scuola di politica.
I giovani oggi scoprono sempre più spesso le notizie attraverso social network, creator e piattaforme, ma continuano a cercare spiegazioni chiare, autenticità e affidabilità. È una sfida che un giornale locale può vincere proprio valorizzando il rapporto diretto con la comunità?
Sì, e aggiungerei che è proprio qui che un giornale locale può giocare una carta che le grandi testate nazionali, per dimensione e per struttura, difficilmente possono giocare allo stesso modo. Il Report mostra che
i creator vengono apprezzati per la capacità di rendere le notizie interessanti e comprensibili, ma restano percepiti come meno affidabili e meno competenti rispetto alle testate tradizionali. Un giornale di prossimità può tenere insieme queste due esigenze: l’autenticità e la vicinanza
tipiche del rapporto diretto, e insieme il rigore e la verifica che sono propri della professione giornalistica. Essere una redazione radicata, riconoscibile, responsabile di quello che scrive secondo il codice deontologico della professione, è una caratteristica che, alla lunga, pagherà.
Dal report emerge che la fiducia nelle singole testate resta più alta della fiducia nell’informazione in generale. Pensa che questo sia un vantaggio competitivo per i giornali locali, dove il lettore conosce la redazione e spesso anche i giornalisti?
È forse il dato che più mi conforta nel lavoro che facciamo ogni giorno. In una redazione locale la filiera è corta: questo ci da un vantaggio competitivo.
Questo tipo di prossimità non si costruisce con una campagna di marketing: si costruisce nel tempo, con la coerenza, con l’onestà nel riconoscere un errore, con la capacità di rendere conto al proprio pubblico.
È un capitale che non si acquista, e che oggi, in un ecosistema informativo sempre più mediato da piattaforme e algoritmi, vale probabilmente più di quanto valesse in passato.
In un ecosistema dominato da algoritmi, intelligenza artificiale e piattaforme globali, quale ruolo può avere oggi un giornale di territorio? Raccontare ciò che gli altri non raccontano o, soprattutto, ricostruire quel senso di comunità che il report indica come elemento decisivo per il futuro del giornalismo?
Direi entrambe le cose, ma se devo scegliere una priorità, scelgo la seconda. Raccontare ciò che altri non raccontano è già parte della nostra missione naturale, ma il compito più urgente, quello che il Report indica come decisivo per il futuro del giornalismo, è
ricostruire senso di comunità in una società che oggi è frammentata.
Un giornale di territorio può essere uno degli ultimi luoghi in cui una comunità plurale continua a riconoscersi come tale. Abbiamo una responsabilità civica precisa: non solo fotografare le comunità, ma essere costruttori di coesione sociale.
(*) direttrice dell’Agenzia dei settimanali diocesani-Agd
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