Voto in Israele. Marzano (Un. Roma Tre): “Pari diritti per portare pace fra israeliani e palestinesi”

Scritto il 29/10/2026
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Una profonda e vera svolta, un cambio di passo, persino una cesura col passato per poter finalmente guardare avanti. Perché – molto probabilmente – non saranno queste elezioni a riportare la pace in Terra Santa. Ne è convinto Arturo Marzano, docente di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, il quale rivolge, nei suoi studi e nei suoi corsi in ateneo, un’attenzione particolare al Medio Oriente.

(Foto A. Marzano)

Lo confermano i titoli di alcuni suoi volumi: “Questa terra è nostra da sempre. Israele e Palestina”, “Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi”, “Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti”. Libri nei quali prova a decostruire narrazioni dicotomiche, come alcuni tra gli interrogativi che troppo spesso rimandano a letture superficiali: tra israeliani e palestinesi chi ha torto e chi ha ragione? Chi sono i “buoni” e chi i “cattivi”? Gli israeliani, che “da vittime si sono trasformati in carnefici”? O i palestinesi, che “non vogliono altro che distruggere Israele”? L’obiettivo è provare a fare maggiore chiarezza sul passato e sul presente, superando le divisioni manichee dell’opinione pubblica internazionale, accentuate dall’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 e dalla successiva e violenta repressione nella Striscia di Gaza.

Professore, c’è da attendersi qualche sostanziale novità nella politica israeliana all’indomani delle elezioni, pur sapendo che siamo in attesa dei risultati definitivi e della costituzione del futuro governo?
Sinceramente non mi aspetto cambiamenti a breve, perché se anche cambiasse il premier, e al posto di Netanyahu ci fosse Eisenkot, non si concretizzerebbero le condizioni necessarie per una reale novità.

Quali condizioni?
La prima, concreta, sarebbe porre fine all’occupazione del Territorio palestinese, cioè Gaza e Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est. La seconda, essenziale, determinante, richiederebbe da parte di Israele riconoscere che la popolazione palestinese deve avere eguali diritti di quella israeliana. E questo non è contemplato, neppure immaginato, dalle due principali forze politiche e dai rispettivi leader. Ciò significherebbe trasformare Israele da “Stato ebraico e democratico” a “Stato per tutti i suoi cittadini”.

Una chimera? Un’illusione?
Al momento è così. Ed è un portato storico. Eppure, ci sono tante voci ebraiche e arabe che non vedono altra soluzione per avere pace dopo 80 anni di conflitto costante.

Già, la storia… Ha qualcosa da insegnare in questo contesto?
La storia insegna che israeliani e palestinesi sono, entrambi, legati a questa terra. Richiama poi un’altra evidenza: che con la forza, la violenza, le repressioni non si è ottenuto altro che decenni di conflitto, di paura, di morti. Ci sono stati momenti, in passato, che hanno lasciato intendere un’alternativa. Ad esempio, durante il governo di Rabin, tra il 1993 fino al suo assassinio, nel ’95: egli aveva provato a cambiare il corso della storia, ma forse non ebbe sufficiente coraggio per proporre la costituzione di uno Stato palestinese.

A questo proposito: dall’Europa – istituzioni Ue, Stati membri – ci si rifugia spesso nella formula “due popoli, due Stati”. A suo avviso è praticabile?
Vi vedo molta retorica. Anche perché la stragrande maggioranza degli israeliani – sostanzialmente tutte le forze politiche tranne i partiti espressione principalmente dei palestinesi cittadini di Israele – non vuole uno Stato palestinese. Peraltro, non c’è nemmeno spazio per due Stati, vista la costante espansione degli insediamenti israeliani che sottraggono terra ai palestinesi. Occorrerebbe uno sforzo di immaginazione politica, con una federazione o una confederazione… Ma prima di tutto bisogna partire dall’autodeterminazione dei popoli e, come dicevo, dal riconoscimento che tutti gli abitanti di quella terra, dal Giordano al Mediterraneo, sono eguali e hanno gli stessi diritti.

Torniamo per un momento all’Europa. Perché non riesce ad andare oltre la formula dei “due popoli, due Stati”?
Anzitutto perché è la posizione più “comoda” da sostenere, che non va al dunque dei problemi. E poi perché è più facile proporre politiche securitarie, basate sulla forza, rispetto a politiche fondate sui diritti umani e sul diritto internazionale.

Qualche elemento di speranza?
Sì, la società civile e le numerose associazioni congiunte israelo-palestinesi e arabo-ebraiche che, dal basso, portano avanti battaglie comuni fondate sull’uguaglianza e sui diritti, ritenuti la base indispensabile per garantire sicurezza e pace di tutta la popolazione che vive in Israele e in Palestina.

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