Card. Ruini: “vivo fino alla morte”

Scritto il 16/06/2026
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Si può scrivere un libro che si interroga sulla morte, come approdo inevitabile dell’umano, e farlo in modo sereno? La risposta è: sì, se ti chiami Camillo Ruini  e se al termine “morte”, nel sottotitolo, associ quello di “speranza”, non come ingenuo ottimismo ma come orizzonte tangibile certificato, per i credenti, da una fede plasmata dal serrato confronto con la ragione. Sono passati dieci anni dalla pubblicazione del suo libro – “C’è un dopo? La morte e la speranza” (Mondadori) – ed è bello ricordarne la profondità e la pregnanza proprio oggi, quando il cardinale, quello degli esordi della mia professione giornalistica, come quella di tanti altri, dei primi passi del mio matrimonio, del battesimo delle mie due figlie, ha scelto di morire nella sua casa, accanto alle persone care e all’infaticabile Pierina, al termine di 95 anni di vita. Vissuti intensamente, senza sconti sul proprio impegno declinato su più fronti e mai venuto meno – anche quando ha cessato di essere un “personaggio pubblico” – grazie ad una innata curiosità per la Chiesa, la storia, il mondo, la politica, la condizione dell’uomo, le sfide della scienza e della bioetica, che lo hanno portato anche a confrontarsi con i più brillanti esponenti del pensiero contemporaneo.

Camillo Ruini è stato per oltre un quindicennio un riferimento imprescindibile per la Chiesa italiana (e per la sua presenza nello spazio pubblico), che ha guidato con lungimiranza e con una propria, originale e vigorosa visione,

ma oggi è importante ricordarlo soprattutto per il suo lato umano, sconosciuto ai più, di persona estremamente ironica e autoironica, dotata di un umorismo “british” e di una prodigiosa memoria, oltre che di una sterminata cultura filosofica, storica e teologica. Per tanti di noi, per me, è stato non solo un maestro di vita e di comunicazione, ma anche un compagno di risate e battute – “la mia birba”, mi chiamava –  nei momenti in cui non era sotto i riflettori mediatici, che lo hanno troppo spesso ingabbiato in semplificazioni e strumentalizzazioni riduttive e fuorvianti. Di ogni persona che incontrava, anche una sola volta e di sfuggita, ricordava volto e nome per sempre. Ciò che mi ha sempre colpito di più di lui, da filosofa di formazione quale sono, era l’acutezza dello sguardo e la sua ineccepibile capacità di portare avanti le proprie argomentazioni, in ogni campo: potevi, al massimo, dissentire con lui, ma non riuscivi mai, in alcun modo, a coglierlo in fallo nel suo modo inattaccabile e privo di qualsiasi retorica nel dimostrarle.

C’è “un dopo” la morte, ed è quella che il Ruini autore chiama “la grande speranza”.

La speranza in una vita futura che, impedendoci di assolutizzare il presente e di considerare definitivi gli effetti del nostro agire, ci libera interiormente e ci consente di perseguire ciò che è buono e giusto, anche al di là delle probabilità di successo. Una speranza, insomma, che poggia sulla fede in Dio e dona a ogni evento della nostra vita un significato diverso, più ampio e duraturo. “Viv0 fino alla morte” (Effatà), è il titolo dell’ultima opera di Paul Ricoeur, filosofo molto amato. Sono sicuro che anche al “mio” cardinale sarebbe piaciuto, come sottotitolo di una lunga vita. Spesa bene, nella gioia della vocazione sacerdotale, che ha rivendicato fino all’ultimo e declinato in puro spirito di servizio alla Chiesa.

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