Dietro la mappa delle installazioni militari americane e della Nato c’è una seconda geografia, meno visibile ma decisiva: quella degli accordi, delle catene di comando e dei finanziamenti. Una base Usa non è territorio americano e una struttura Nato non appartiene necessariamente all’Alleanza. Chi decide, chi paga e quali sono le responsabilità del Paese ospitante? La prima distinzione riguarda il comando. Gli Stati Uniti mantengono la responsabilità delle proprie installazioni e delle proprie forze, anche quando queste si trovano sul territorio di un alleato. La Nato, invece, non possiede un esercito permanente: gli Stati membri mettono a disposizione uomini, mezzi e capacità, che possono passare sotto la catena di comando dell’Alleanza. La decisione finale sull’impiego nazionale delle forze resta nelle mani delle rispettive capitali. Questo significa che la presenza di una base americana in un Paese Nato non trasferisce automaticamente il controllo dell’installazione alla Nato. Ma la stessa infrastruttura può ospitare contemporaneamente attività statunitensi e attività dell’Alleanza, come avviene in diversi grandi hub europei. C’è poi una questione spesso poco conosciuta: una base militare straniera non costituisce un pezzo di territorio dello Stato che la utilizza.
(Foto SIR)
Il principio è quello della sovranità territoriale del Paese ospitante. Il Nato Status of Forces Agreement del 1951 stabilisce il quadro giuridico per la presenza delle forze di un Paese alleato sul territorio di un altro, ma la presenza stessa deve essere autorizzata attraverso accordi tra gli Stati interessati. In Italia la presenza delle forze statunitensi è regolata dal Nato Sofa, dall’accordo bilaterale sulle infrastrutture del 1954 e dal successivo Shell Agreement del 1995. Sono questi strumenti a definire modalità di utilizzo delle installazioni, responsabilità e rapporti tra le due amministrazioni militari. La conseguenza è significativa: l’Italia non “cede” la propria sovranità territoriale agli Stati Uniti, ma autorizza, attraverso accordi, l’uso di determinate infrastrutture da parte delle forze americane secondo condizioni stabilite bilateralmente. Il sistema finanziario dell’Alleanza è diverso da quello americano. La Nato dispone di 3 principali strumenti di finanziamento comune: Civil budget, Military budget e Nato security investment programme (Nsip). Nel 2026 il limite complessivo delle risorse comuni è arrivato a 5,3 miliardi di euro, mentre il solo Military budget ammonta a 2,42 miliardi e il Civil budget a 528,2 milioni; il tetto 2026 del Nsip è di 2,2 miliardi. Non si tratta però della spesa militare complessiva dei Paesi Nato. La parte più consistente delle risorse dell’Alleanza rimane nazionale: sono gli Stati a finanziare le proprie forze armate, che possono poi essere messe a disposizione della Nato. Il finanziamento comune riguarda invece strutture, comandi, capacità e infrastrutture che rispondono a esigenze dell’Alleanza nel suo complesso. Il contributo ai bilanci comuni viene calcolato attraverso una formula basata sul reddito nazionale lordo. Per il biennio 2026-2027 la quota italiana è fissata al 7,9925%, contro il 14,9039% della Germania, il 10,1023% della Francia e il 6,5845% del Canada. Per le basi americane il meccanismo cambia. Gli Stati Uniti sostengono i costi delle proprie forze e delle proprie installazioni, ma i Paesi ospitanti possono contribuire direttamente alle spese di stazionamento attraverso accordi bilaterali. Secondo il Congressional research service (Crs), nel 2023 gli Stati Uniti hanno ricevuto complessivamente 714,2 milioni di dollari di contributi per il burden sharing da 5 Paesi: Kuwait, Giappone, Corea del Sud, Arabia Saudita e Polonia. Il Crs sottolinea tuttavia che il bilancio della Difesa americana non consente di stabilire con precisione quale quota dei costi complessivi delle basi all’estero sia coperta dai Paesi ospitanti. I dati disponibili mostrano differenze notevoli. Tra il 2016 e il 2019, secondo il Government accountability office citato dal Crs, il Giappone contribuì con 12,6 miliardi di dollari e la Corea del Sud con 5,8 miliardi ai costi legati alla presenza militare americana. Nello stesso periodo i contributi giapponesi equivalevano al 60,2% del valore degli obblighi del Dipartimento della Difesa Usa associati alla presenza militare nel Paese; per la Corea del Sud la quota era del 43,3%. L’Italia presenta un sistema particolarmente interessante perché molte installazioni americane sono infrastrutture italiane concesse in uso o in couso. I documenti parlamentari spiegano che le spese vengono distinte tra costi esclusivi e costi comuni. Ciascuna nazione sostiene direttamente i costi relativi all’uso esclusivo; quelli relativi alle infrastrutture condivise vengono invece ripartiti sulla base dell’effettivo utilizzo o, quando questo non è determinabile, secondo criteri concordati. Per le infrastrutture comuni la manutenzione è affidata alle Forze armate italiane secondo gli accordi esistenti. Il meccanismo produce quindi una situazione molto diversa dall’idea di una base semplicemente “americana”. Il territorio resta italiano, l’infrastruttura può essere italiana, americana o condivisa, le spese possono essere sostenute da una delle 2 parti oppure ripartite e le attività dipendono dagli accordi che regolano ciascuna installazione. Sigonella è un esempio particolarmente evidente: nello stesso aeroporto convivono strutture dell’Aeronautica militare italiana, della Marina americana e attività Nato. Per il programma Alliance ground surveillance, inoltre, l’Italia ha avuto il ruolo di nazione responsabile dell’implementazione delle infrastrutture, mentre il programma è finanziato dalla Nato. Chi decide l’utilizzo è forse il punto più delicato. Non esiste una regola unica per tutte le basi, perché dipende dagli accordi che disciplinano ciascuna installazione e dalla natura dell’operazione. Per le attività Nato, la decisione politica passa attraverso gli organi dell’Alleanza e le forze nazionali vengono messe a disposizione secondo procedure concordate. Per le attività esclusivamente americane valgono invece la catena di comando e le autorizzazioni previste dagli accordi bilaterali e dal diritto dello Stato ospitante. Il tema è emerso anche in Italia nel 2026, quando al Senato è stata discussa la questione dell’autorizzazione all’utilizzo di Sigonella per determinate attività statunitensi connesse al conflitto in Medio Oriente. Il dibattito ha riportato al centro proprio il rapporto tra uso americano delle infrastrutture e autorizzazioni italiane. Alla fine, dunque, non esiste un unico “conto delle basi Nato e Usa”.
(Foto Nato)
Ci sono almeno 3 livelli: la spesa nazionale degli Stati Uniti per le proprie forze e installazioni; la spesa dei Paesi ospitanti per infrastrutture, servizi e contributi concordati; e la spesa comune della Nato per comandi, infrastrutture e capacità dell’Alleanza. Il quadro è ulteriormente complicato dal fatto che una stessa infrastruttura può servire contemporaneamente a più funzioni e più catene di comando. Chi comanda, quindi? Dipende dalla struttura e dalla missione. Chi paga? Dipende dall’accordo, dalla funzione dell’infrastruttura e dal livello di spesa considerato. Chi decide? Dipende se si tratta di una capacità nazionale, di una missione Nato o di un’attività regolata bilateralmente. È una complessità che rende difficile tradurre la presenza militare occidentale in una semplice cartina di basi. Dietro ogni punto della mappa ci sono accordi internazionali, bilanci nazionali, fondi comuni, responsabilità condivise e rapporti di sovranità. Ed è proprio su questo intreccio che si gioca una parte importante del dibattito sul futuro della presenza americana in Europa e sul ruolo che gli alleati europei intendono assumere nella sicurezza comune.
The post Chi comanda e chi paga le basi Usa e Nato? first appeared on AgenSIR.
