L’angoscia e la corsa contro il tempo per salvare qualche persona che ancora giace sotto le macerie e lancia disperati messaggi. Il dolore per la perdita di tante persone che ci sono più, in molti casi familiari e amici. La paura per le continue scosse di assestamento. La necessità di attivarsi, per aiutare la marea di gente rimasta senza casa e bisognosa di tutto. Riuscire a guardare al futuro con speranza, e aiutare gli altri a farlo. Sono i sentimenti che attraversano l’esistenza di chi, in Venezuela, nelle zone più colpite dal duplice terremoto di mercoledì scorso, vive queste giornate terribili, soprattutto se coinvolto in qualche ruolo di responsabilità.
Ed è questo, per esempio, il caso di padre Ronald Ugueto, parroco della Cattedrale, a La Guaira, la città costiera, capitale dello Stato di Vargas, colpita dal sisma in modo particolarmente devastante, assieme alla vicina Catia la Mar. Città satelliti di Caracas (la capitale si trova all’interno rispetto alla costa, qualche decina di chilometri più a sud), sviluppatesi lungo il litorale e nelle vicinanze dell’aeroporto internazionale di Maiquetía, in particolare attraverso grandi urbanizzazioni costruite ai tempi di Hugo Chávez. Tutti centri particolarmente distrutti, secondo un report diffuso dalla Compagnia di Gesù 70 mila famiglie hanno perso la propria abitazione. Qui si concentrano molte delle vittime: circa 1.500 quelle finora accertate in tutto il Paese, con numeri destinati a crescere, dato che secondo l’Onu ammonta a oltre 50 mila il numero delle persone di cui non si hanno notizie. Padre Ronald ha passato il fine settimana ad aiutare senza sosta i suoi parrocchiani. Sabato è rimasto sveglio fino alle 3 del mattino, anche perché non riusciva a dimenticare le tante storie, vicende, testimonianze, che si sono incrociate in questi giorni.
Parenti e amici tra le vittime. “Le scosse – racconta al Sir il sacerdote – hanno praticamente spazzato via gran parte sia della zona orientale che di quella occidentale del nostro Stato. Quando dico ‘spazzato via’, mi riferisco soprattutto ai complessi residenziali, dove vivevano molte persone, che sono stati praticamente rasi al suolo dalla furia di questo fenomeno”. Il ricordo del parroco va al 1999, “quando subimmo una tragedia, una frana anch’essa di origine naturale, e io avevo 12 anni in quell’occasione. E ovviamente vivevo le cose o le vedevo in modo diverso. Ora, 27 anni dopo, vivo questo dramma molto da vicino, soprattutto per la responsabilità che ho e che sento, in quanto parroco di questa comunità, qui nella capitale dello Stato, a La Guaira. Tanta gente è sconvolta, il nostro è uno Stato relativamente piccolo, dove molti si conoscono, siamo una famiglia. In questa occasione, tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo sentito della perdita di un familiare, di un amico di qualcuno. Tra le vittime, molte sono le persone vicine e conosciute”.
“Mio nipote estratto vivo”. Padre Ugueto parla per esperienza diretta: “Ho alcuni parenti dispersi, dei cugini di primo grado, con la moglie e i figli, e anche un’altra cugina, con suo figlio di vent’anni, che non si trova. Insomma, sono davvero tante le situazioni, le storie che si vivono in prima persona, ma anche che si sentono raccontare da altre persone, che sono state tra le macerie ad assistere i propri familiari, per vedere se venissero tratti in salvo. Qualche volta accade. Sabato hanno estratto tre persone vive da sotto un edificio, a ben 72 ore di distanza dalle scosse. Erano letteralmente sepolte. Ma ho anche un nipote che è rimasto per 4 ore sotto le macerie. Viveva al quinto piano di un condominio e l’intero edificio è crollato: un edificio di 12 piani, lui era al quinto, mi racconta che quando tutto ha cominciato a tremare si è affacciato sul balcone e il portiere gli ha gridato dal basso che c’era il terremoto; lui si è diretto verso la porta per uscire e, proprio mentre la stava aprendo, l’edificio è crollato completamente ed è rimasto intrappolato”.
L’immediata risposta della Chiesa. In questo contesto, la Chiesa si è subito mobilitata, a tutti i livelli: “Davvero, è accaduto fin dal primo istante. La risposta, da parte della Chiesa, è stata quella di occuparsi soprattutto della zona più colpita. Mi riferisco alla Caritas nazionale, e poi alla Caritas diocesana, alle Caritas parrocchiali, che erano ben consolidate, già da molti anni, dopo la tragedia del 1999. Eravamo riusciti a costituire le Caritas parrocchiali anche per poter dare una risposta tempestiva alla nostra gente quando si fossero verificati eventi come questo. In questo momento stiamo ricevendo aiuti da ogni parte, ci stiamo organizzando e si sta procedendo alla distribuzione immediata a tutti coloro che ne fanno richiesta, e che hanno perso praticamente tutto, tutto”.
La sfida della ricostruzione. In questo contesto, non è facile pensare al futuro, anche considerando gli anni difficilissimi che questa popolazione ha passato, dal punto di vista sociale, economico, politico. Conclude padre Ronald: “Il futuro è piuttosto duro, credo che l’importante sia non perdere la speranza, anche se ci aspettano tempi difficili. Naturalmente, ora si dovrà pensare alla ricostruzione, e non parlo solo delle abitazioni, delle strutture. Siamo anche dentro a un processo di ricostruzione morale e sociale”. Un percorso già iniziato anche prima del terremoto. Infatti, credo che tutti questi eventi ci insegnino qualcosa. Anche se ciò che viviamo è negativo e triste, ci lascia, comunque, un grande insegnamento. Spero che chi ha in mano il destino dei nostri Paesi cerchi sempre il nostro benessere, e faccia le cose per bene. Certo, sappiamo che le catastrofi naturali possono succedere e non sono prevedibili. Ma si può operare in modo che ci siano meno rischi e che i danni siano inferiori rispetto a quelli che abbiamo visto. Intanto, però, bisogna andare avanti”.
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