(da New York) Annunci roboanti, affermazioni contraddittorie e richiami all’interesse nazionale, ma nessuna data di fine per la guerra in Iran. Nel suo discorso alla nazione di 19 minuti, pronunciato mercoledì sera dalla Casa Bianca, Donald Trump non ha indicato una strategia chiara di uscita, ma ha invece cercato di convincere gli americani che dietro l’operazione militare – che ha fatto schizzare i prezzi di benzina, fertilizzanti e cibo – vi siano in grado di compensare le difficoltà economiche nel breve periodo.
Eppure i sondaggi raccontano un Paese inquieto. Secondo Fox News, l’80% degli elettori si dice preoccupato per l’aumento del costo della benzina. Ancora più netto il giudizio sulla presidenza:
un rilevamento YouGov boccia la gestione di Trump con oltre il 58% degli intervistati, mentre solo il 33% la promuove.
Nel discorso, Trump ha ribadito di puntare a un accordo diplomatico per porre fine al conflitto. Parallelamente, però, ha promesso di colpire l’Iran “con estrema durezza” nelle prossime settimane, arrivando a evocare scenari estremi: riportare il Paese “all’età della pietra”. Un doppio registro che riflette l’ambiguità della linea americana. Se da un lato la Casa Bianca insiste sull’esistenza di colloqui in corso, diverse agenzie di intelligence statunitensi ritengono che Teheran non sia attualmente disposta a impegnarsi in negoziati sostanziali, convinta di trovarsi in una posizione di forza grazie al blocco delle spedizioni di petrolio e gas naturale dal golfo di Hormuz.
La scelta della prima serata per il discorso non è casuale. I consiglieri del presidente puntavano a chiarire gli obiettivi della guerra e, soprattutto, a contenere il timore che il conflitto possa trasformarsi in una delle “guerre infinite” contro cui Trump aveva costruito parte della sua campagna elettorale sotto lo slogan “America First”.
A mettere in discussione proprio questo slogan è intervenuto il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che poche ore prima del discorso ha pubblicato una lettera sulla piattaforma X indirizzata al popolo americano. “Quali interessi del popolo americano vengono realmente serviti da questa guerra? Esisteva una minaccia oggettiva da parte dell’Iran che giustificasse tale comportamento?”, scrive Pezeshkian.
Gli stessi dubbi che trovano eco anche negli Stati Uniti. Secondo Nikolas Kristof, analista del New York Times, i costi della guerra raccontano una storia diversa da quella presentata dalla Casa Bianca. Il Pentagono ha richiesto 200 miliardi di dollari – oltre 1.400 dollari per famiglia americana – ma si tratta di una stima al ribasso: il conto finale potrebbe arrivare fino a 1.000 miliardi.
Solo nella prima settimana di guerra, le spese hanno raggiunto gli 11,3 miliardi di dollari, pari a circa 1,3 milioni al minuto.
Numeri che, messi a confronto con le necessità interne del Paese, suggeriscono ben altre alternative: tre settimane di guerra equivalgono a un programma nazionale di asili nido; due settimane basterebbero a coprire le spese universitarie per le famiglie sotto i 125.000 dollari di reddito. Persino quattro ore di conflitto potrebbero garantire occhiali a milioni di studenti, come sottolinea l’organizzazione Vision to Learn.
Il confronto si fa ancora più netto se si guarda agli aiuti umanitari: i primi tre giorni di guerra hanno superato i 4 miliardi di dollari destinati all’intero 2025. Secondo Esther Duflo del MIT, un solo giorno di spesa militare potrebbe salvare oltre 350.000 vite dalla malaria. E, come ricorda Linda Bilmes, i costi delle guerre non si esauriscono nei bilanci immediati degli armamenti: la sola guerra del Golfo ha generato spese sanitarie per 600 miliardi di dollari, senza contare il prezzo umano, impossibile da quantificare.
La storia recente suggerisce prudenza anche sulle previsioni economiche. La guerra in Iraq, inizialmente stimata in 40 miliardi di dollari, è costata agli Stati Uniti circa 3.000 miliardi. E ai costi diretti si aggiungono quelli sanitari e sociali: la guerra del Golfo ha generato un conto medico di 600 miliardi, secondo Linda Bilmes, senza considerare il costo umano, impossibile da quantificare.
Così, mentre il discorso presidenziale si dissolve senza una vera conclusione, resta una domanda sospesa, quasi ostinata:
quanto a lungo gli americani saranno disposti a pagare il prezzo di una guerra che non hanno voluto e neppure votato.

