11 settembre 2001. Alle 8:46, ora di New York, l’aereo dell’American Airlines 11 si schianta contro la Torre Nord delle torri gemelle. Un quarto d’ora dopo un secondo volo, questa volta United Airlines, si scontra contro la seconda torre. Il mondo si ferma e da quel momento tutto cambia per sempre. “Ho visto l’attacco in diretta tv. Mi sono trovato di fronte la prima Torre in fiamme, il secondo aereo che arriva e poi i crolli”, racconta Fausto Biloslavo giornalista che da più di 40 anni racconta dal fronte le diverse guerre che insanguinano il mondo. È lui che negli anni Ottanta scrive della guerra in dall’Afghanistan contro l’allora Unione Sovietica. “Quando ho visto quelle immagini ho pensato subito all’uccisione di Ahmad Shah Massoud, un leggendario comandante della resistenza afghana contro i sovietici prima e i talebani dopo, che era stato ucciso da due finti giornalisti che in realtà erano turisti di Al-Qaeda, proprio due giorni prima l’11 settembre, perché con i suoi uomini, con le unghie e con i denti, continuava a controllare un 10% di territorio afghano nella valle del Panjshir, territorio ancora libero dai talebani e quindi veniva considerato la spina del fianco. Ho pensato a lui, la prima vittima dell’11 settembre, ho pensato a Bin Laden e soprattutto ho alzato il telefono e ho parlato col direttore de Il Giornale di allora e gli ho detto guarda che secondo me bisogna partire per l’Afghanistan, perché immaginavo tutto quello che sarebbe successo. Da lì a pochi giorni sono partito per l’Afghanistan e lì sono rimasto per molto tempo”.
(Foto Fausto Biloslavo)
Da quel momento anche il mondo del giornalismo cambia, soprattutto quello dal fronte. “È cambiato tantissimo proprio con l’11 settembre. Tre anni prima, nel ’98, ero embedded con i talebani nell’Afghanistan del primo Emirato, ma dopo l’11 settembre ci siamo messi un po’ tutti l’elmetto e andare dall’altra parte della barricata è diventato impossibile – racconta Biloslavo -. Era giornalismo kamikaze perché ben che ci andava eravamo carne per ostaggi, per soldi, oppure ti mettevano davanti alla telecamera e ti sgozzavano per propaganda jihadista. Da lì è iniziato a cambiare molto e a limitare anche la possibilità di raccontare i conflitti, le guerre simmetriche da una parte e dall’altra della barricata”.
Fino ai giorni nostri.
“Se vai in Ucraina non puoi andare nella parte russa e anche i russi se sei stato con gli ucraini non ti vedono di buon occhio. E poi c’è una “guerra” parallela sempre più incisiva. La propaganda è sempre esistita, ma esiste un conflitto parallelo a quello vero combattuto con i proiettili. Quello sul fronte mediatico dell’informazione e della disinformazione. Sull’esito dei conflitti ha un peso sempre maggiore. I militari la chiamano guerra cognitiva. Non voglio dire che sia superiore al peso dei proiettili, ma probabilmente lo equivale – spiega il giornalista -. Guardiamo anche solo il conflitto in Medio Oriente. Sì, gli israeliani hanno “vinto” a Gaza, sconfiggendo parzialmente Hamas, però hanno perso la guerra mediatica e anche di immagine nel mondo intero”.
Nella guerra dell’informazione anche il ruolo dell’inviato di guerra cambia. “Un tempo l’inviato di guerra veniva trattato con i guanti bianchi, per fargli raccontare la lotta, la rivoluzione, la barricata. Non c’erano social e telefonini a sostituire gli inviati. Adesso invece la scritta press sul giubbotto antiproiettile è sempre più un bersaglio. A tal punto che quando vado in prima linea la stacco per evitare di finire nel mirino di un cecchino”
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