“Spesso ci sentiamo impotenti di fronte ad un mondo che sta andando in fiamme. Nessuno di noi ha soluzioni. Ma una cosa che possiamo fare tutti, è pregare. La preghiera ci tiene svegli su ciò che sta accadendo e ci permette anche di vedere cosa concretamente potremmo fare. Perché il dialogo non è solo tra leader politici. È qualcosa che riguarda tutti”. A parlare è fr. Matthew, priore della comunità ecumenica di Taizé. Il Sir lo ha incontrato a Roma, dove è arrivato perché sabato 21 marzo, sarà ricevuto – come di consueto accade ogni anno – da Papa Leone. Parliamo con lui, proprio nei giorni in cui il conflitto in Medio Oriente si sta infiammando e sta coinvolgendo sempre più Nazioni. “Per molti di noi in Europa – commenta – è facile dire che quanto sta accadendo, è lontano dalla nostra vita quotidiana. O addirittura avere l’impressione che possa esistere una sorta di ‘guerra pulita’. Ma come possiamo rimanere indifferenti alla sofferenza delle persone in Iran, in Libano, e anche in Israele? Penso che il pericolo più grande sia anche l’indifferenza dell’Occidente in questo momento”.
Nel 2024, a Natale, ero in Libano. Siamo potuti andare perché dopo la prima serie di bombardamenti, era scattato il cessate il fuoco. Ricordo di aver parlato con i giovani del posto Mi ha colpito molto trovare un Paese in cui le speranze si accendono e poi svaniscono di nuovo. In un contesto simile, è molto difficile avere fiducia in un qualsiasi processo di pace. Perché ci sono state troppe delusioni nel corso degli anni.
In Ucraina, invece?
È diverso, perché lì c’è una guerra costante. Sono stato a Zaporyzhia per Natale 2025. Si vede tra i giovani una forte resilienza che si traduce concretamente in una identificazione con la lotta per la libertà. Ho parlato con una giovane donna di 30 anni. Mi ha detto: ‘Ho trascorso più di un terzo della mia vita in una situazione di guerra’ (è importante ricordare che la guerra in Ucraina è iniziata nel 2014). I suoi tre figli sono addirittura nati in tempo di guerra. Tutto questo tempo vissuto in un costante stato di aggressione, ha naturalmente un effetto enorme sulle persone. La paura di essere bombardati rimane impressa per sempre. E sono traumi che vengono trasmessi anche alla generazione successiva.
Una volta che la guerra o la tregua arriveranno, ci sarà bisogno di una guarigione del trauma che durerà per generazioni. Richiederà attenzione e ascolto.
E in Ucraina già si vedono persone che sono formate per questo e che hanno già iniziato questo lavoro.
Come si possono eradicare i semi della violenza che vengono gettati e usati per giustificare una guerra?
In questo periodo ho pensato molto all’esperienza di fratel Roger, che lasciò la sua nativa Svizzera, per andare nel villaggio di Taizé. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nella valle di Taizé c’era un campo di prigionieri di guerra tedeschi, e lui ottenne il permesso di accogliere questi prigionieri tedeschi per Natale. Quando arrivai a Taizé per la prima volta, erano gli anni ‘80 ma il trauma della Seconda Guerra Mondiale persisteva ancora. Fr. Roger ci diceva sempre: non c’è mai una nazione da incolpare. Ci sono leader che sfruttano una situazione, ma la loro colpa non può mai ricadere su una intera Nazione. Penso che questo sia fondamentale anche oggi:
i semi di violenza rischiano di perpetuarsi quando demonizziamo intere nazioni.
Non possiamo permettercelo. È giusto che in tempo di guerra, dobbiamo essere vicini a chi soffre di più. Ma quando arriverà la pace, dovremo essere pronti anche ad aiutare anche chi si trova dall’altra parte a superare il proprio trauma e il proprio senso di colpa. Ci sono molto spesso persone che lottano per la giustizia sotto regimi oppressivi. Come possiamo rimanere vicini a coloro che non condividono ciò che sta accadendo? Come possiamo essere costruttori di ponti – come dice spesso Papa Leone – quando arriverà il tempo della pace? Questa è la grande domanda.
Alla luce di tutto ciò, qual è l’impegno di Taizé oggi?
Credo ci siano due cose che possiamo fare: preghiera e presenza. Ogni settimana abbiamo una preghiera regolare per la pace che si tiene ogni venerdì, alle otto, intorno alla croce. Questa iniziativa è iniziata nel 2014 dopo l’appello di Papa Francesco per la pace in Medio Oriente. Da allora abbiamo continuato a farlo.
È una preghiera di silenzio. Perché spesso non troviamo le parole per esprimere chiaramente ciò che proviamo di fronte a queste situazioni. Ed è anche una preghiera di solidarietà con coloro che sono condannati al silenzio a causa di ciò che sta accadendo.
A queste preghiere partecipano numerosissimi giovani, segno che c’è un’ansia di pace tra i giovani anche nell’Europa occidentale. L’altra cosa che possiamo fare sono le visite che regolarmente facciamo nei luoghi di guerra, dove rimaniamo per due o tre settimane. E ciò avviene non solo in Ucraina, ma anche in Palestina, in Myanmar… Il fatto che qualcuno venga da fuori a far loro visita, infonde coraggio. Non abbiamo soluzioni da proporre. Ma questo non ci impedisce di andare e stare con le persone. E ogni volta ci accorgiamo di quanto lavoro dietro le quinte, viene fatto – anche in collaborazione tra le diverse Chiese – che non finisce sui titoli dei giornali. Penso che questo sia il ruolo dei cristiani. Siamo chiamati ad essere il lievito nell’impasto. Qualcosa di molto, molto piccolo, ma che fa la differenza.
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