Sudan. Padre Dalle Carbonare: “A Khartoum ricostruiamo. A El Obeid preti accanto alla popolazione”

Scritto il 13/08/2026
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Sono pochi i missionari rimasti ancora in Sudan, dove da oltre tre anni è in corso un sanguinoso conflitto interno che ha provocato la più grande crisi umanitaria al mondo, con 33,7 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti e 9,14 milioni di sfollati interni. Tra i missionari che hanno scelto di restare ci sono i Comboniani, presenti a Port Sudan, Kosti e Khartoum, riconquistata dall’esercito governativo (Sudan Armed Forces – Saf) guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan. Qui stanno cercando di ricostruire e far ripartire scuole e altre attività sociali. Padre Diego Dalle Carbonare, provinciale dei Comboniani in Egitto e Sudan che vive a Port Sudan, è in questi giorni in visita nella capitale Khartoum e da lì ha ascoltato l’appello di Papa Leone XIV durante l’Angelus di domenica 9 agosto a “garantire corridoi umanitari per la popolazione civile” e sostenere “un immediato cessate il fuoco”.

Khartoum, Sudan – (foto: D. Delle Carbonare)

Aiuti umanitari  e cessate il fuoco, le due priorità. “Sono queste le due cose di cui abbiamo bisogno. È un bell’appello molto chiaro e molto importante, accolto molto bene dalla comunità cristiana e da noi missionari presenti in Sudan”, commenta al Sir. “Un appello che non cerca di girare intorno alle questioni con i tanti ricami e le parole complicate della diplomazia, ma parla chiaramente di quali siano le priorità.

La prima è dare accesso agli aiuti umanitari a chi ne ha bisogno; la seconda è che le armi facciano silenzio”.

Khartoum, Sudan – (foto: D. Delle Carbonare)

A Khartoum continua il lavoro di ripresa delle attività nelle parrocchie, nelle scuole e nelle strutture ecclesiali. Davanti agli occhi dei missionari le macerie di una città ferita dal conflitto, dopo la popolazione sfollata sta provando a rientrare, tra mille difficoltà.  “È un lavoro impegnativo – spiega padre Dalle Carbonare –, perché si tratta di ricostruire e sistemare strutture danneggiate, oltre che di recuperare o ricomprare ciò che è andato perduto, non soltanto perché è stato distrutto, ma anche perché è stato rubato.

È un momento di forte impegno, che portiamo avanti anche grazie alla solidarietà di tante persone.

È bello vedere che la Chiesa cattolica comprende e sa quali sono le priorità e le emergenze in corso, molto più di quanto spesso riescano a fare i nostri politici o di quanto ci voglia far percepire il tam tam mediatico”.

Khartoum, Sudan – (foto: D. Delle Carbonare)

L’emergenza più grave in queste settimane è a El Obeid, capitale del Nord Kordofan e nodo strategico tra il Sudan centrale, il Darfur e le regioni meridionali. La città è sotto assedio da mesi da parte delle Rapid support forces (Rsf) guidate da Mohammed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, eredi delle milizie janjawid tristemente note per le brutali violenze, i saccheggi e la pulizia etnica contro le popolazioni non arabe durante la guerra in Darfur nel 2003. Anche se attualmente le violenze vengono perpetrate da entrambi gli eserciti, le Rsf sono oggetto di numerose denunce di gravi crimini di guerra e violenze sessuali da parte delle organizzazioni dei diritti umani. L’Onu ha lanciato di recente nuovi allarmi sul rischio che El Obeid possa diventare come El Fasher, la città del Darfur conquistata dalle Rsf nel 2025, dove sono avvenute gravi atrocità contro i civili. “A El Obeid non ci sono più missionari stranieri ormai da  due anni: noi Comboniani e le Suore di Madre Teresa di Calcutta siamo stati evacuati nel luglio del 2024. Siamo stati gli ultimi ad andare via”, precisa padre Dalle Carbonare: “Rimangono quattro o cinque preti diocesani, insieme al vescovo. Sono tutti locali e, con grande coraggio e generosità, continuano a essere presenti.

Li sosteniamo e li ammiriamo davvero per la scelta che stanno portando avanti”.

Khartoum, Sudan – (foto: D. Delle Carbonare)

Un conflitto caratterizzato dal massiccio utilizzo di droni che mietono vittime tra la popolazione civile. Secondo l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, tra il 6 e il 28 giugno almeno 15 attacchi con droni nell’area di El Obeid hanno provocato almeno 45 morti e 41 feriti civili, colpendo anche mercati, scuole, stazioni di servizio, infrastrutture idriche e veicoli. Nei primi quattro mesi del 2026, gli attacchi condotti con droni hanno ucciso almeno 880 civili nell’area, pari all’80% dei decessi totali registrati dalle Nazioni Unite nella regione. In più sono in atto tensioni con l’Etiopia e il Sud Sudan. Dietro al conflitto ci sono interessi internazionali sul commercio di oro, verso Paesi arabi e occidentali, e di competizione tra potenze regionali e reti militari transfrontaliere.

(foto: Peter Fitzgerald, Local_Profil, Kwamikagami, :wikipedia:User:Orthuberra, CC BY-SA 2.5 , via Wikimedia Commons)

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