L’abbraccio dell’oceano, il portellone che si schiude, gli astronauti restituiti alla Terra, integri. Artemis II si chiude nel modo più antico, come accadeva ai tempi di Gagarin, sebbene il primo uomo nello spazio si lanciò via a settemila metri, scendendo con il paracadute. In fondo, nulla di nuovo. E allora perché tornare, perché ripetere una missione che sembra già accaduta, almeno nella sua forma? E per di più senza sbarcare. Molte le risposte, scientifiche, tecniche, persino geopolitiche. Non mi trattengo su queste, anche se Artemis II ha vissuto molte prime volte: la maggiore distanza dalla Terra, il test con equipaggio della nuova navetta Orion, la prima eclissi di sole vista dall’altra parte del nostro satellite naturale e così via. Cerco piuttosto un senso che parli a tutti, non soltanto agli addetti ai lavori.
Questo appuntamento con Luna è stato spostato diverse volte, inciampando in difficoltà tecniche, fino a intrecciarsi con la Settimana Santa e con l’ottava di Pasqua, durante una delle crisi geopolitiche più drammatiche degli ultimi anni. Caso, in cui leggere la Provvidenza. Un inizio può stare in un’immagine: il lato nascosto della Luna, che non è buio, ma soltanto sottratto allo sguardo terrestre. La visione ravvicinata, ma non troppo, che hanno goduto Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen è stata, come hanno documentato, a colori. Dalla Terra, i nostri occhi vedono un grigio monotono perché la luce che ci giunge è poca, la distanza tanta, e i colori comunque molto tenui.
Ma avvicinandosi, o elaborando le immagini che possiamo avere anche da Terra, emergono sfumature inattese: distese azzurrastre, tracce di bruno, riflessi rossastri come ruggine dimenticata. La ragione di questo mistero è semplice: la Luna è fatta di rocce diverse, basaltiche e anortositiche, nate da antiche colate di lava o da materiali più chiari delle sue alture, oltre agli impatti meteorici. Ogni composizione riflette la luce del Sole in modo leggermente diverso. Lo potete vedere dalla stupefacente fotografia della Nasa elaborata da Aldo Ferruggia. Artemis II ci dice che la scienza e la tecnica, unite al coraggio dell’esplorazione umana, ci possono restituire ciò che apparentemente non si vede, la verità delle cose. Così come la risurrezione di Cristo garantisce la verità delle promesse di Dio.
(Foto Nasa/Aldo Ferruggia)
Se qui sulla Terra siamo spesso la peggiore versione di noi stessi, lassù in cielo torniamo ad essere chi effettivamente siamo. Tra un barattolo di Nutella che fluttua in assenza di gravità e le lacrime dell’equipaggio nel fare richiesta formale che uno dei crateri sia un “punto luminoso sulla Luna, che vorremmo chiamare Carroll” in memoria della moglie del comandante Wiseman morta di cancro nel 2020. Siamo impastati di cielo, letteralmente perché da lì giunge il ferro e il carbonio di cui siamo costituiti, siamo impastati dal Cielo se ci leggiamo da credenti immagine e somiglianza di Dio. Ma lo dimentichiamo. Le nostre paure ci fanno ruggire o scappare gli uni dagli altri. La menzogna del male ci sottrae alla verità del cuore. Abbiamo bisogno di una voce che ci riporti a noi stessi, di qualcosa che ci meravigli e ci faccia fermare di fronte al roveto ardente che è ciascuno di noi.
Questa l’eredità primaria di Artemis II per questa generazione: chi siamo davvero. L’essere umano fatto di polvere e respiro può tornare verso l’origine da cui è stato pronunciato. Non per sfidare Dio, ma per ascoltarlo meglio. Nel vuoto immenso, dove nulla distrae e tutto interroga. Abbiamo ripreso a camminare sotto le stelle, come Abramo, forti di una promessa, un’eredità che è costata già due Testamenti, ma che dimentichiamo così spesso che dobbiamo celebrarla ogni anno, anzi ogni domenica. Gregorio di Nissa scrisse che “L’uomo è chiamato a diventare ciò che contempla”. Artemis II ci riporta a contemplare il Cielo, segno della paternità di Dio, la bellezza del creato, segno dell’azione dello Spirito, la verità della nostra carne chiamata ad essere carne di Dio nel sacrificio di Cristo. Che è risorto nella luce affinché avessimo quella luce che ci fa viaggiare a 406.771 chilometri da casa per ricordarci che quella casa ci è data per viverci in comunione, in attesa del fulgore di quella celeste.
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