La giustizia, e non i rapporti di forza, come fondamento della pace: è questo il messaggio che attraversa la motivazione del premio Nobel per la pace 2026, assegnato a Navanethem “Navi” Pillay per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. Il Comitato norvegese per il Nobel riconosce alla giurista sudafricana di aver contribuito con “eccezionale coraggio e integrità a costruire un ordinamento giuridico globale più completo”. Un impegno che ha avuto un ruolo fondamentale nel garantire che crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio vengano perseguiti. Un riconoscimento che va oltre la sua carriera: riguarda il futuro stesso dell’ordine internazionale e la possibilità di difendere la pace attraverso regole condivise e tribunali indipendenti. “La pace richiede giustizia”, afferma il Comitato: più che una semplice dichiarazione, è il cuore della motivazione. Una pace vera e duratura non può esistere se atrocità e crimini restano impuniti, se le vittime vengono abbandonate e private di tutela, se il diritto viene applicato in modo diverso a seconda di chi è l’accusato. La giustizia internazionale, in questa prospettiva, non è un corollario della diplomazia, ma una condizione essenziale della sicurezza collettiva.
“Il sistema del diritto internazionale – si legge nel testo – è sottoposto a fortissime pressioni e le sue istituzioni sono sotto attacco”. A preoccupare è soprattutto “uno spostamento verso una politica basata sui rapporti di forza, a scapito dei quadri giuridici e del rispetto globale del diritto e della giustizia”. Una denuncia del pericolo di un ritorno a un mondo dominato dalla potenza militare, economica o politica, che finisce per prevalere sulle norme comuni e schiacciarle. “Le grandi potenze – prosegue il Comitato – hanno spesso eluso le proprie responsabilità”, facendo sì che i procedimenti internazionali producessero “risultati differenti a seconda di chi fosse l’autore del reato e di chi ne fosse la vittima”. Una disparità che ha minato, e mina tuttora, la credibilità del diritto e che rende indispensabile un rinnovato impegno per la sua applicazione universale.
Dalla giustizia internazionale alla difesa delle vittime. Nata a Durban durante l’apartheid, in una famiglia di origine tamil indiana, Navi Pillay ha dedicato la carriera alla difesa dei diritti umani e alla lotta contro la discriminazione. Giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda ed ex alta commissaria Onu per i diritti umani, ha contribuito a riconoscere lo stupro e la violenza sessuale come possibili strumenti di genocidio e crimini contro l’umanità, rafforzando anche la responsabilità per l’istigazione al genocidio attraverso la propaganda. Un impegno che ha ampliato la capacità del diritto internazionale di perseguire i crimini e di garantire giustizia alle vittime.
La forza del diritto contro il diritto della forza. Il Comitato ricorda che “lo Stato di diritto, a livello nazionale e internazionale, costituisce il fondamento della pace e della risoluzione non violenta dei conflitti, perché – sottolinea – un mondo privo dello Stato di diritto è ingiusto, irrazionale e disumano”. Con il Nobel a Navi Pillay il messaggio è chiaro: rafforzare le istituzioni internazionali e contrastare una politica di potenza che minaccia le regole comuni. La giustizia, dunque, è la condizione fondamentale della pace, perché “ogni volta che la forza prevale sul diritto – conclude il Comitato – vengono compromesse la stabilità, la fiducia e la convivenza pacifica”.
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